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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Intervista a Lorenzo Richelmy

Sua madre ancora non si dà pace: «Figlio mio, ma io nei film non ti riconosco mai». E Lorenzo Richelmy non può darle torto: dai tempi della serie evento Marco Polo fino all’imminente The resurrection di Mel Gibson (in sala a marzo 2027), passando per La ragazza nella nebbia e Il talento del calabrone, l’attore ligure ha sempre cambiato pelle tanto che lui stesso, ai provini, deve ricordare ai responsabili casting che «sì, sono quello del film Fino alla fine di Gabriele Muccino... E mica tutti mi credono subito». D’altronde ha fatto una scelta di campo: «Sono un attore, devo creare maschere anche se questo vuol dire essere meno riconoscibile e famoso». La sua ultima trasformazione è Meglio tardi che mai: il film tv della collection «Purché finisca bene», in onda il 31 maggio su Rai 1, che lo vede per la prima volta alle prese con la commedia romantica. Interpreta un attore caduto in disgrazia che, per riabilitare la propria immagine, accetta di insegnare teatro in un carcere femminile.
È proprio il caso di dire: meglio tardi che mai?
«Lo ammetto: non volevo fare commedie romantiche. Mi sembrava fossero un intrattenimento un po’ fine a se stesso: sui problemi di coppia si è detto tanto, se non tutto. Per me l’arte, almeno nella sua versione più alta, è emancipazione: deve spostare l’attenzione su temi poco visti oppure cambiare il punto di vista comune. Vorrei risvegliare le coscienze, o comunque provarci. In Meglio tardi che mai ho però trovato tutto questo: si parla di una detenzione diversa, non solo punitiva, e del potere del teatro».
Non esistono cattivi ma solo persone interrotte?
«Tutti agiamo pensando di avere ragione: se si finisce in carcere vuol dire che c’è stata una mala comprensione, o una mala educazione, di qualcosa ed è lì che bisogna lavorare. Per questo la mera punizione non basta: si tratta di capire, e di capirsi, di nuovo. Il teatro può essere uno strumento potentissimo perché libera la rabbia e le paure, inserendoti in una compagnia. In un mondo dove tutti siamo soli con le nostre manie, qui ti senti parte di una comunità».
Anche per lei recitare è stato catartico?
«Il teatro mi ha liberato dalla rabbia. Da bambino ero cicciotto, basso e goffo e tutti mi bullizzavano. Poi quando sono cresciuto di 10 cm e dimagrito di 10 chili, le stesse persone che mi deridevano mi volevano essere amiche o, nel caso delle ragazze, fidanzate. Quando mi sono reso conto che tutto dipendeva da un cambiamento estetico, mi sono sentito preso in giro: davvero l’abito faceva il monaco?».
Come il protagonista, ha talento ma nessun David di Donatello: le pesa?
«So di non essere profeta in patria. Pazienza. La delusione maggiore è stata quando, tornato in Italia dopo il successo internazionale di Marco Polo, ho dovuto ricominciare da zero. Sembrava non fosse successo niente: nessuna chiamata, sempre i soliti provini... Eppure ero un italiano protagonista di una serie americana targata Netflix. Ho sofferto ma l’indifferenza mi ha spinto a dimostrare che quell’ingaggio non era stato un colpo di fortuna».
La vittoria de Le città di pianura può segnare la fine dei circoletti?
«È sicuramente un grande segnale per distributori e produttori: dimostra che si può dare credito a un’idea che sulla carta non ha tutte “le spunte giuste”. Spesso è questo che cercano: un’idea sicura, peccato che non appena una storia viene categorizzata muore. La magia finisce».
Perché, dopo Marco Polo, non è rimasto in America?
«Quello stile di vita, tutto concentrato sul lavoro, mi avrebbe desertificato. Preferisco vivere qui e continuare a lavorare per gli americani. Gli affetti vengono prima di qualsiasi cosa».
Il suo ultimo “no grazie” detto per ragioni private?
«Da cinque anni sono diventato papà e ho rifiutato per esempio una serie tv americana, perché il set era in Nuova Zelanda. Desidero essere un papà diverso da quelli assenti e autoritari delle passate generazioni, ma per riuscirci devo fare il genitore: passare le giornate al parchetto, andare a prenderla a scuola, insomma sporcarmi le mani, anche letteralmente… sono un grande cambiatore di pannolini. Ricordo che un giorno ho portato mia figlia sul set: la mamma (pianista) era via per lavoro. Quando sono arrivato erano tutti stupiti, anche perché non mi ero presentato con la babysitter eppure la parità – quella vera – vuol dire anche questo. Pure l’uomo deve coniugare famiglia e carriera, non solo la donna».

Crede nel per sempre?
«Sono un romantico vecchia scuola, che crede nell’amore, ed è fedele. Non ho nemmeno avuto tante fidanzate in passato, se si eccettua il periodo di frenesia americano, quando ero in Usa per Marco Polo. Oggi convivo a Milano con la mia compagna».

In Usa è tornato per “The resurrection”. Com’è andata?
«Anche stavolta non mi riconoscerà nessuno: per interpretare re Davide mi sono sottoposto a quattro ore di trucco e parrucco. Ma ne è valsa la pena. È un ruolo magnifico, come il film, e Mel Gibson è un animale da set: non ho mai visto nessuno muoversi come lui. Ha svolto un lavoro minuzioso: ogni giorno giravamo un ottavo di pagina perché finché la scena non veniva come diceva lui, non ci si muoveva dal set. Il “dai, dai, portiamola a casa” non esisteva».
Si è anche avvicinato alla fede?
«Non sono credente ma dopo questa esperienza ho capito che la fede ha una dimensione privata. Noi italiani abbiamo il Vaticano in casa, quindi siamo cresciuti con l’idea che l’istituzione regola la religione invece è prima di tutto un rapporto personale: un dare del tu a Dio».