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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Intervista a Vittoria Puccini

Un accenno lieve di accento toscano fa capolino nei discorsi di Vittoria Puccini, una Venere di Botticelli nata per lo schermo, elegante, raffinata, capace di gestire un’immagine che, se non accompagnata da carattere determinato, avrebbe potuto relegarla nello stereotipo della bella e basta: «Dopo oltre vent’anni – riflette – sono ancora qui, ci sono stati momenti in cui l’aspetto fisico mi ha aiutato, perché nel nostro lavoro è una cosa importante. Avere la fotogenia, il primo piano forte, aiuta. L’immagine conta, è inutile negarlo. E a dire la verità, non ho mai vissuto la bellezza come un ostacolo o come qualcosa che potesse complicarmi la vita».
Come è cambiato, nel tempo, il suo rapporto con il lavoro?
«L’approccio è rimasto uguale, l’ho sempre affrontato con professionalità, disciplina, anche amore. Altre cose invece si sono modificate, l’esperienza conta, anche se ancora oggi ogni volta che affronto un ruolo è come se fosse la prima. Ho sempre un certo timore, non mi sento mai del tutto sicura e tranquilla, non penso mai, “va bene, questo ruolo me lo mangio”. Penso che pure questo sia, in fondo, un segreto di bellezza, mi stimola, è come se mi mantenesse sempre giovane».
Se potesse incontrare oggi la Vittoria Puccini degli esordi, che consiglio le darebbe?
«Di non farsi spaventare troppo dai no e dai provini che non vanno bene. Facciamo un mestiere che comporta il dover essere sempre scelti, accettare di essere rifiutati non è semplice, è qualcosa che va elaborato e metabolizzato, si deve superare la sensazione spiacevole di non essere piaciuti, di non essere stati considerati giusti per quella parte. Bisogna acquisire la capacità di non vivere tutto questo come un totale fallimento».
Ha rimpianti?
«No, rispondo senza nemmeno pensarci, ha presente la canzone di Edith Piaf Non, je ne regrette rien? Ecco, per me è così. Rimpianti zero, rifarei tutto. Ho pianto tanto ascoltando il brano nel film con Cotillard, forse proprio perché mi sono ritrovata in quelle parole, in quello stato d’animo».
Qual è il suo peggior difetto?
«Una cosa in cui sono migliorata, anche se continuo a lavorarci, è proprio il vivere in modo drammatico le cose negative della vita. Dovrei acquistare un po’ più di sana leggerezza, che non significa superficialità. Vorrei imparare a concentrarmi di più sugli eventi positivi, vedere più spesso il bicchiere mezzo pieno».
È diventata madre molto presto, un bene o un problema?
«Ho avuto Elena da giovanissima, avevo tanta energia, e quindi ho vissuto la maternità molto bene, non mi pesava lavorare di notte, rientrare a casa di mattina e accompagnarla all’asilo. Quando Elena è arrivata avevo già una situazione economica stabile e quindi mi sono potuta permettere gli aiuti di cui avevo bisogno. Facevo un lavoro complicato per via degli spostamenti, ma avevo anche la possibilità di portare Elena con me, oppure di appoggiarmi ai nonni e alle baby sitter. Mi ritengo una privilegiata, per chi non ha tutte queste opportunità, conciliare lavoro e famiglia non è per niente facile. Su questo piano noi donne non abbiamo ottenuto ancora niente».

Che cosa servirebbe?
«Per esempio il congedo familiare paritario che non esiste, si discute tanto di diritti, ma le donne, in ambito professionale, non hanno ancora le stesse opportunità degli uomini, per averle bisognerebbe aver conquistato tanti traguardi che, invece, sono ancora lontani».
Nel nuovo film di Francesca Archibugi, Illusione, lei è Susanna, moglie dello psicologo Stefano (Michele Riondino), impegnato nel difficile caso di una ragazza sfruttata e abusata. A un certo punto Susanna lo lascia, perché intravede, nel coinvolgimento del marito, un pericolo per la stabilità familiare. Come giudica il suo personaggio?
«Susanna è un’analista come il marito, ma ha abbandonato la professione per dedicarsi ai suoi due figli. Mi è piaciuta la sua consapevolezza, capisce che il marito si sta allontanando, travolto dall’impatto emotivo del caso di cui si occupa, e così decide di andarsene, è una donna compressa, che a un certo punto reagisce con decisione».
La sua è una scelta molto radicale. La condivide, è un modo di reagire che le appartiene?
«Di fronte a dolori e ferite ho, fortunatamente, un meccanismo di difesa che mi permette di reagire abbastanza velocemente, in maniera netta. Non sono il tipo che sta lì a crogiolarsi tra i dubbi e i dolori. Il mio tempo di reazione è breve».
La storia di Illusione fa pensare alle cronache di attualità sugli Epstein files. Che impressione le fanno quegli avvenimenti?
«Mi terrorizzano. Mi spaventa tantissimo il fatto che possa esistere un sistema di potere in grado di usare, ingannare ragazze e ragazzi giovanissimi, spesso minorenni e privi di qualunque protezione. È un metodo di sfruttamento terribile, una cosa devastante, bisogna andare a fondo e fare di tutto per scardinarlo».
Che cosa chiede in questa fase al suo mestiere?
«Mi interessa il racconto di donne complesse, che vivano contrasti, magari in apparenza contraddittorie, dotate di movimenti psicologici ed emotivi che possano generare sorpresa, non credo che tutti noi siamo lineari».
Ha lavorato con i nomi più celebri e applauditi del nostro cinema. Penso ai fratelli Taviani, per esempio.
«Sono stati dei maestri grandissimi, persone che mi hanno lasciato il cuore pieno di affetto, e questa non è una cosa da sottovalutare. Sui set il clima di lavoro sereno è un elemento fondamentale. L’ho ritrovato anche sul set di Francesca Archibugi, con lei si è creata una totale armonia, sa mettere tutti a proprio agio».
Atmosfera diversa, immagino, da quella dei set di Gabriele Muccino, forse più concitata. O sbaglio?
«Gabriele ha un’energia positiva, mai tossica, che spinge a dare il meglio, a mettersi in discussione, a superare i limiti. Per me i registi sono come personal trainer».
In che senso?
«Sa quando si va in palestra e ci si allena? Ecco, se si è da soli si arriva fino a un certo punto e ci si ferma pensando di aver raggiunto il proprio limite, se invece si ha un personal trainer si va vanti e magari si scopre di avere ancora margine. I registi per me sono così, tu pensi di aver dato tutto e loro capiscono che puoi fare di più».
È molto impegnata sul fronte delle lotte riguardanti la sua categoria. Da che cosa è nata la spinta a occuparsene in prima persona?
«È stato un movimento collettivo, ho aperto una chat e abbiamo cominciato a scriverci, si è risvegliato un sentimento che, evidentemente, era già presente in tanti di noi. Ci siamo ritrovati durante il Covid, è nata l’associazione UNITA, ci siamo chiesti cosa fare per migliorare la nostra condizione, partecipando in modo diretto, concreto, alle decisioni che ci riguardano. I diritti fondamentali devono essere garantiti per tutti».
Che cosa vorrebbe che accadesse nel settore dell’audiovisivo italiano?
«Bisogna trovare soluzioni per migliorare la nostra industria, per tutelare i nuovi autori, il cinema indipendente. Il successo delle Città di pianura non deve essere un caso isolato, vorremmo che potessero essere realizzate tante altre opere così».