La Stampa, 27 maggio 2026
Intervista a Samuel Aldegheri
Da quando è stato inventato il baseball, nessuno ce l’aveva mai fatta. Samuel Aldegheri, lanciatore dei Los Angeles Angels, è stato il primo italiano di sempre a battere gli Yankees nel loro stadio a New York. Tra i protagonisti per gli azzurri al «World Baseball Classic», il 24enne di Verona, appena inserito da Forbes tra i top Under 30, si augura che la cavalcata al Mondiale possa incentivare i giovani ad avvicinarsi allo sport tanto amato negli Stati Uniti.
Nel film «Prova a prendermi» con Di Caprio e Tom Hanks è celebre la frase «Gli Yankees vincono sempre perché gli avversari non riescono a staccare gli occhi dalle loro divise». Per lei evidentemente non è stato un problema.
«Non ha funzionato almeno quel giorno (ride). Sono entrato in un momento abbastanza delicato della partita, perché stavamo perdendo di un punto. Lo ammetto, ero agitato: giocare allo Yankee Stadium è il sogno di tutti i bambini che scelgono il baseball. Poi, dopo che i primi lanci sono andati bene, ho tirato il fiato».
Sapeva che avrebbe giocato?
«Mi avevano avvisato due giorni prima. All’inizio dovevo partire titolare, poi le scelte sono cambiate e sono entrato dal bullpen (la panchina dei lanciatori, ndr)».
Ha eliminato diverse stelle e ha contribuito a far uscire Aaron Judge, la stella del campionato insieme a Shohei Ohtani.
«Fa impressione quando giochi contro di lui, è un gigante. Ma quando stai per lanciare, entri in una bolla e un battitore vale come un altro».
Facciamo un passo indietro. La passione per il baseball da dove nasce?
«Da piccolo dovevo giocare a calcio ma poi mio fratello Mattia ha iniziato a fare allenamenti di baseball, così l’ho seguito. E da lì è iniziato tutto».
In Italia il baseball non è così diffuso come negli Stati Uniti.
«È uno sport che da fuori sembra difficile da capire, ma ha il suo grande fascino. In Italia si parla praticamente solo di calcio e di conseguenza c’è poco spazio per le altre discipline. E i guadagni dei giocatori sono una conseguenza».
Si riesce ad arrivare a fine mese in Italia?
«No. Lo si fa per passione personale. A volte giocare a baseball permette di arrotondare se si ha un altro lavoro. Ma nella maggior parte dei casi non si viene nemmeno pagati, se non con qualche rimborso spese. E la mentalità non aiuta».
Ovvero?
«Dopo l’eliminazione dell’Italia del calcio dai Mondiali abbiamo sentito l’allora presidente della Figc chiamarci “dilettanti”. Questo la dice molto lunga».
Poi per lei a un certo punto cambia tutto e arriva la chiamata dei Philadelphia Phillies.
«Il 13 giugno 2019, non lo dimenticherò mai. Sapevo di essere nei radar di qualche squadra americana. Mi offrirono 210 mila euro di bonus firma per tre anni».
Mica poco.
«Quelle cifre sono impensabili in Italia. Poi nel 2024 sono stato acquistato dai Los Angeles Angels».
Pochi mesi fa è stato anche tra i protagonisti dell’Italia per il World Baseball Classic. Si aspettava di arrivare addirittura in semifinale?
«Eravamo tutti con i piedi per terra. Anche se ammetto di averci creduto un po’ dall’inizio e continuavo a dire ai miei compagni che avevamo tutte le carte in regola per fare bene. Poi sono arrivate le vittorie. Si è creato un gruppo fantastico, così diventa tutto più facile».
Ritiene che i risultati della Nazionale possano spingere i giovani ad avvicinarsi al baseball, un po’ come sta facendo Sinner con il tennis?
«L’obiettivo fin dall’inizio era quello di stupire il mondo e far vedere al nostro Paese che ci siamo anche noi. Siamo andati ben oltre: i giornali hanno iniziato a scrivere delle nostre partite e siamo stati travolti da tantissimi messaggi. La semifinale in piena notte è stata vista da tantissime persone in Italia. Quello che abbiamo fatto deve essere un primo passo».
Lei ha vissuto lo sport fin da giovane negli Stati Uniti.
«Qui è tutto diverso. In Italia se un ragazzo gioca a calcio o fa altri sport ha una vita frenetica, perché deve conciliare gli allenamenti con lo studio. Alla fine in molti mollano perché non riescono a stare al passo. Qui invece lo sport è integrato con la scuola e tutti riescono a conciliare gli impegni. In Italia bisogna cambiare mentalità».