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 2026  maggio 25 Lunedì calendario

Marco e Andrea Morricone ricordano il padre

Dei quattro figli di Ennio Morricone, Marco, 69 anni, è il maggiore, Andrea, 61, il terzogenito. A Marco piacevano le macchine, si è messo a venderle, finché si è rifiutato di pagare il pizzo a due tipacci della banda della Magliana e li ha fatti arrestare in una scena da far west piuttosto simile a quelle musicate dal padre. Che gli ha imposto di cambiare lavoro, aiutandolo a entrare alla Siae. E dopo ancora, gradualmente, gli ha affidato la sua vita. Lavorativa e non solo. Così Marco è diventato l’ombra che seguiva, ma anche precedeva, suo padre: accompagnava, organizzava, stipulava, accudiva, memorizzava. Da quelle memorie è nato un libro scritto con Valerio Cappelli, Ennio Morricone. Il genio, l’uomo, il padre, uscito nel 2024. Il destino di Andrea si è intrecciato ancora di più con quello di Ennio: è stato l’unico della progenie a darsi alla musica, che compone, esegue e dirige. Andrea ha lavorato con lui, ma ha anche preso la sua strada e, come vedremo, uscire dalla sfera d’influenza del genio, l’uomo, il padre non è stato semplice. Per nessuno dei due che, con uno spettacolo di parole e musica, È mio padre, – uno con le note più celebri del repertorio morriconiano, l’altro con le annotazioni tratte dal succitato memoir – rientrano temporaneamente nella sfera: debutto il 25 giugno all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei, anteprima il 23 a Modena.
Ci saranno aneddoti famosi o sconosciuti sul lavoro del Maestro, sulla sua vita in famiglia, sulle sue manie, e su un Super Io inesorabile. E oltre a quella di Marco che racconta, ci saranno molte voci: di un baritono, di un soprano e del coro. «Che canta tantissimo», dice Andrea. «Nostro padre mi diceva sempre di far cantare poco il coro in un pezzo, perché deve entrare solamente in momenti particolari, ma in questo caso lo spettacolo è un po’ diverso».
Marco riporta nel libro che, per Ennio, la durezza nella vita quotidiana si tradusse in un’austera ruvidità che canalizzò le sue energie in un’attenzione, maniacale, ossessiva, soave e feroce verso la musica, per cui non pensava di avere la minima vocazione. Ma allora cosa avrebbe voluto fare?
Marco: «Medicina».
Quindi, di voi figli, l’unica che ha incarnato la vocazione primigenia del papà è stata vostra sorella Alessandra, specializzata in dermatologia, nefrologia ed estetica. Curioso.
Marco: «Sì, curioso. Quando, da bambino, gli chiedevano cosa voleva fare da grande, lui rispondeva entusiasta: il medico! Ma gli fu imposto di fare musica. Perché il suo papà era un trombista. Si dice così, non trombettista».

Prima di finire nella gag di Totò e l’onorevole Trombetta: da quel che leggo, non è stato un padre facile, c’erano elementi da personalità ai limiti dell’autismo, ma ad alto funzionamento, incuneata sulla triade musica, scacchi, matematica. E c’era la superstizione, la chiave dello studio, inaccessibile ai figli, attaccata al collo, la dedizione totale, ma non empatica, alla famiglia: per esempio, il trasferimento nella villa isolata di Mentana, non lontana dagli studi di registrazione, viene raccontato come una lunga e solitaria deportazione, per i ragazzi.
Marco: «Ma era figlio della guerra».
C’erano tanti figli della guerra più allegrotti.
Marco: «Era la sua caratteristica, il suo punto zero. Era talmente severo con se stesso che lo era anche con gli altri: non poteva essere altrimenti, a modo suo era coerente».
La coerenza è la virtù degli imbecilli, diceva Scalfari, altra personalità molto forte.
Marco: «Capisco che bisognerebbe essere più malleabili, un po’ come il Pongo. Ma papà non lo era. Ed essere in analisi da vent’anni mi ha insegnato ad accettare le persone e amarle così come sono, a trovare il modus vivendi e a trovare l’adattamento alle situazioni».
Andrea: «Io sono abbastanza d’accordo con Scalfari, ma non sempre è così, esiste anche l’intransigenza e soprattutto deontologismo, per così dire. Traduco e vado al punto: mio padre diceva che se tu vuoi un crescendo non basta annotare crescendo col segno, devi volerlo e scriverlo negli strumenti che lo fanno, cioè devi specificare, non può che essere crescendo e non può che esserci un crescendo in quel momento, perché naturalmente c’è uno spessore che si va formando, che non permette di mantenere la linea del piano».
Non proprio facilissimo, ma suona bene. Come, peraltro, la musica di vostro padre. Che ebbe a dire: «Nell’amore come nell’arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l’intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la coerenza, la serietà, la durata».
Marco: «Ma essendo un uomo pieno di contraddizioni, per le musiche di Mission ha ammesso di poter essere stato ispirato dalla Trinità divina».
Andrea: «C’era un elemento fondamentale per lui: l’intuizione come mediazione tra ispirazione e razionalità. È quello il binario su cui puoi inventare qualcosa».
Sì, ma vostro padre come componeva le musiche per i film? Si tramandano versioni contrastanti: non leggeva neanche i copioni; glieli leggeva la moglie; il côté ispirato, ovvero: «Io quasi non sono responsabile di quello che scrivo, è solo quello che penso, che ho dentro»; scriveva la musica una volta visto il film; no, la scriveva prima; una l’ha scritta in gabinetto.
Marco: «Il tema della polizia di Gli intoccabili. Alle due di notte».
Andrea: «C’erano modi diversi, dipendeva dai registi. Leone si presentava quando stava lavorando alla sceneggiatura, gli faceva un racconto e gli chiedeva dei pezzi, dei provini su cui poi avrebbe girato le scene, però ci sono altri registi che hanno chiesto le musiche solamente dopo che il film era girato. Ma anche Pontecorvo e Tornatore volevano avere dei temi prima. Peppuccio riteneva fosse un privilegio girare con le sue musiche».
Quindi giravano delle scene di prova per trovare il mood con la musica, ma, quando si passava ai ciak veri, la musica taceva e se ne riparlava al missaggio?
Andrea: «Sì, funzionava così. Poi c’erano temi ripresi da altri film cui aveva lavorato papà o rimasti nel cassetto, che riservavano splendide sorprese».
Marco: «Il tema di Deborah di C’era una volta in America era uno scarto. Faceva parte delle musiche composte da papà per Amore senza fine di Zeffirelli, che però aveva voluto inserire nel film anche un brano di Lionel Richie, cantato con Diana Ross. Papà non era d’accordo e ritirò la colonna sonora».
Carattere non proprio accomodante. Personalmente, avete qualche ricordo che brucia della sua ruvidezza?
Andrea: «Una volta scrissi un brano dedicato a Napolitano e lui mi disse davanti all’orchestra, facendomi fare una figura bruttissima, che in un passaggio c’era una nota sbagliata, bisognava cambiarla, gli chiesi perché e lui: “Così è sbagliata, lo fa pure Beethoven!”. A quel punto cambiai, feci come voleva lui, però le garantisco che era meglio prima, il pezzo ci ha perso».
Con una nota?
Andrea: «Sì, con una nota. Eppoi c’è il fatto che ha amato in maniera prioritaria ed esclusiva il mio tema di Nuovo Cinema Paradiso, senza aprirsi a opere che ho scritto successivamente, a quelle che secondo me erano ulteriormente meritevoli di interesse: non mi ha fatto male, l’ho accettato perché credo non mi decodificasse più, non si ritrovava più in me».
Marco: «Nell’anno della maturità, mi cambiarono scuola, dal San Leone Magno al Massimo, dove non mi volevano neanche ammettere all’esame. Quando chiamarono papà perché ero troppo esuberante, lui disse al preside di ammettermi all’esame e poi bocciarmi. Io invece feci un esame straordinario, una vera prova di carattere e gli dissi: hai visto che ce l’ho fatta? Risposta: “Calmati Marco, non hai ancora vinto niente nella vita”. Ho imparato che nella vita bisogna dare il 110 per cento».
Andrea: «Nel suo pensiero c’era il dover essere: le cose dovevano essere così. Una volta voleva farci studiare scacchi a tutti, riunì la famiglia con un maestro imponendoci il suo punto di vista».
Che era anche mutevole, però. Per tutta la vita ha rubato dai rumori della strada, delle manifestazioni, dai lavori in corso le suggestioni che ha inserito nelle sue colonne sonore, ma nel 1999 dopo quasi un ventennio nel bailamme di Piazza Venezia si è accorto che rumore e confusione gli davano fastidio.
Marco: «Ed è venuto ad abitare qui all’Eur, sopra di me. L’età incombeva, la fragilità anche. Cercava sicurezza. Credo di avergliela data».