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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Messico, arrestato il nipote di El Chapo

Lo hanno preso a Nogales, al confine del Messico con l’Arizona, dove il deserto incontra il muro e il muro incontra il traffico che da quarant’anni alimenta la guerra della droga. Isai Martínez Zepeda, nipote di Joaquín «El Chapo» Guzmán e ricercato dalle autorità statunitensi, è finito in manette durante un’operazione delle forze federali messicane. Non è soltanto l’arresto di un uomo su cui pende una richiesta di estradizione. È un altro capitolo della lunga caccia alla famiglia che ha trasformato il Cartello di Sinaloa nella più potente organizzazione criminale del continente. Perché ogni volta che gli investigatori riescono a mettere le mani su un Guzmán, non stanno arrestando soltanto un sospettato. Stanno cercando di smontare, pezzo dopo pezzo, la dinastia che ha costruito un impero della droga capace di sopravvivere alla cattura del suo fondatore, alle guerre interne, ai tradimenti e persino all’ergastolo inflitto a El Chapo negli Stati Uniti.
Quando nel luglio del 2019 il giudice federale Brian Cogan pronunciò la sentenza contro Joaquín Guzmán Loera, a Brooklyn non si stava chiudendo soltanto un processo. Si stava celebrando il tramonto di una leggenda criminale. Ergastolo più trent’anni di carcere. Dodici miliardi e seicento milioni di dollari di beni confiscati. Una condanna costruita sulle testimonianze di ex soci, trafficanti, sicari e collaboratori che avevano raccontato come il Cartello di Sinaloa fosse riuscito a trasformare il narcotraffico in una delle più sofisticate imprese criminali mai esistite.
Per tre mesi, nell’aula giudiziaria di New York, i giurati ascoltarono la storia di un’organizzazione che trasportava tonnellate di cocaina, eroina, marijuana e metanfetamine utilizzando qualsiasi mezzo possibile. Aerei ultraleggeri, pescherecci, vagoni ferroviari modificati, camion con doppi fondi, sommergibili artigianali e tunnel lunghi chilometri scavati sotto la frontiera. Una macchina capace di muovere droga dal Sudamerica ai mercati statunitensi e di riportare indietro montagne di denaro contante che venivano riciclate attraverso società di copertura, attività commerciali e reti finanziarie costruite per rendere invisibile l’origine dei profitti.

Ma il vero cemento del potere di El Chapo non era la droga. Era la capacità di corrompere. Il processo raccontò di poliziotti, funzionari pubblici, militari, guardie carcerarie e uomini delle istituzioni pagati per proteggere gli interessi del cartello. Milioni di dollari distribuiti come stipendi paralleli per garantire informazioni, coperture e impunità. Un sistema che permetteva all’organizzazione di sapere chi indagava, chi parlava e chi doveva essere fermato. E quando il denaro non bastava, arrivava la violenza.
I testimoni descrissero sequestri, torture, esecuzioni e regolamenti di conti. Raccontarono di uomini interrogati sotto minaccia, di rivali eliminati, di territori conquistati con la forza. Raccontarono un’organizzazione che aveva trasformato la paura in uno strumento di governo. El Chapo non era soltanto un trafficante. Era il capo di una struttura che esercitava il controllo come uno Stato parallelo.
Quando fu estradato negli Stati Uniti nel 2017, molti pensarono che fosse l’inizio della fine. Del resto, il personaggio sembrava uscito da un romanzo. Due evasioni spettacolari dalle carceri messicane. Una attraverso un carrello della lavanderia. L’altra attraverso un tunnel costruito sotto la sua cella. Una fama mondiale alimentata da film, serie televisive e narrazioni che spesso finivano per confondere il criminale con il mito. I cartelli però non funzionano come i miti. Funzionano come le aziende. Sostituiscono dirigenti, riorganizzano le catene di comando, redistribuiscono i profitti e continuano a operare finché esiste un mercato disposto a comprare.
È la ragione per cui il nome Guzmán continua a comparire nei rapporti delle forze di sicurezza anche dopo la caduta del suo membro più famoso. Due figli di El Chapo sono detenuti negli Stati Uniti. Altri esponenti della famiglia sono finiti nel mirino delle autorità messicane e americane. Le guerre interne che hanno attraversato il Cartello di Sinaloa hanno cambiato equilibri e leadership. Eppure l’organizzazione continua a essere considerata una delle più potenti e pericolose a livello internazionale. L’arresto di Isai Martínez Zepeda si colloca dentro questa storia.
Le autorità non hanno ancora reso noti tutti i dettagli delle accuse che sostengono la richiesta di estradizione. Hanno però scelto di sottolineare il legame familiare con El Chapo. Un dettaglio che racconta molto del momento che sta vivendo il cartello. Perché la pressione statunitense si concentra sempre più sulle reti che continuano a garantire continuità economica e operativa all’organizzazione. Il cuore della guerra non è più soltanto la cocaina. È il fentanyl, la sostanza sintetica che ha cambiato il narcotraffico globale. Più economica da produrre, più semplice da trasportare e infinitamente più letale. Washington accusa da tempo il Cartello di Sinaloa di essere uno dei principali protagonisti della filiera che alimenta il mercato americano del fentanyl, una crisi che negli ultimi anni ha provocato decine di migliaia di morti per overdose. Per questo motivo ogni arresto che riguarda l’universo Guzmán assume un significato che va oltre la cronaca giudiziaria.
Mentre Isai veniva catturato a Sonora, le forze federali messicane sequestravano in Chiapas quasi settecento chilogrammi di cocaina, oltre centocinquanta armi da fuoco, centinaia di caricatori e granate. Due operazioni diverse che raccontano la stessa realtà: la guerra della droga non è finita. Ha soltanto cambiato forma.
Da una cella di massima sicurezza del Colorado, Joaquín Guzmán Loera continua a chiedere di essere trasferito in Messico. È l’ultimo paradosso di una storia che sembra non voler terminare mai. L’uomo che per anni ha controllato uno dei più grandi imperi criminali del mondo oggi vive isolato dietro porte d’acciaio. Ma il sistema che ha contribuito a costruire continua a produrre arresti, estradizioni, sequestri e morti.
Perché il Cartello di Sinaloa non è mai stato soltanto un’organizzazione criminale. È una struttura di potere che si è radicata nelle famiglie, nei territori, nell’economia illegale e nelle debolezze degli Stati. Ed è per questo che, ogni volta che un Guzmán finisce in manette, la sensazione non è quella di assistere all’epilogo della storia. È quella di trovarsi davanti all’ennesimo capitolo di una guerra che continua a rigenerarsi, generazione dopo generazione, lungo la frontiera più contesa del mondo.