la Repubblica, 27 maggio 2026
Roma Pride, escluso dalla parata il carro ebraico
In piazza sì, ma sul carro no. Al Roma Pride 2026 non ci sarà, per decisione degli organizzatori, il camion dell’unica associazione Lgbtq+ ebraica italiana, Keshet. Un’estromissione inedita, anche se non tout court, precisano i coordinatori. «Al corteo potrà sfilare chi vuole, ma è inaccettabile la mancata condanna del genocidio a Gaza». Quindi niente carro alla parata dell’orgoglio omosessuale che dal ‘94 attraversa la città. «Razzisti e antisemiti», replica indignata Keshet Italia che per 12 anni ha guidato un camion con i colori arcobaleno e la stella di David.
Le polemiche
Già dal 2024 e poi nel 2025 c’erano state polemiche per la partecipazione dell’organizzazione ebraica. Chi ne chiedeva l’esclusione e chi denunciava «attacchi antisemiti espliciti». Il Pride aveva difeso quella presenza. Cos’è cambiato oggi? «La sensibilità verso la causa palestinese è aumentata nella nostra comunità e abbiamo deciso di metterla al centro del Pride», spiega il portavoce Mario Colamarino.
L’estromissione
Un incontro «acceso e sofferto», lunedì pomeriggio, a poco meno di un mese dalla sfilata del 20 giugno e alla vigilia dell’apertura del villaggio “Pride croisette” alle Terme di Caracalla (domani), ha sancito la rottura.
«Non ci sono le condizioni per la partecipazione di un carro di Keshet», hanno scritto lapidari gli organizzatori, annunciando l’estromissione dal coordinamento di 20 organizzazioni e dalla parata. «Questo non significa che non possano venire», precisa il portavoce. «È una manifestazione aperta e libera, chiunque condivida i valori del nostro movimento può scendere con noi in piazza», si spiega.
Un veto però c’è ed è sui carri «che sono una prerogativa e una responsabilità politica dell’organizzazione». «Sappiamo distinguere tra governo israeliano e comunità ebraica e non potremmo mai attribuire a quest’ultima la responsabilità di atti criminali, ma Keshet non ha preso le distanze dal genocidio e fa distinguo lessicali non condivisibili e non in linea con il documento politico d’indizione del Pride», dicono i coordinatori. «Il nostro manifesto non è un buffet dal quale scartare singole pietanze – insiste Colamarino – Nessuno chiede patenti, ma se un’associazione vuole partecipare in modo strutturato e poi non condivide l’appello...».
La replica
Immediata la replica di Keshet: «La nostra colpa? Essere ebrei. Il Pride è diventato un tribunale ideologico davanti al quale dimostrare che siamo degni di esserci. Ma l’antisemitismo mascherato da posizionamento politico rimane antisemitismo». Il portavoce Raffaele Sabbadini aggiunge: «Si pretende dalle persone italiane ebree di prendere le distanze da un governo estero di cui non siamo responsabili: accade solo a noi». Ora è l’associazione a chiedere a partiti e attivisti una posizione netta, al sindaco Roberto Gualtieri di non partecipare, a Roma di levare il patrocinio.
Le reazioni
Lo scontro ha già travalicato i confini del Gra. Per l’Ucei, il Pride «svela la sua ipocrisia: chi è paladino dell’inclusione non può escludere». «Nessuno caccia gli ebrei, è una strumentalizzazione – si difende Colamarino – La nostra è una scelta politica. A passare da antisemiti non ci stiamo». Critiche arrivano però anche dal mondo politico. Ivan Scalfarotto (Iv) definisce il veto «assurdo», Daniele Nahum (Azione) parla di «liste di proscrizione». Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, spera in «un ripensamento» e chiosa con uno slogan: «Il Pride è salito sul carro dell’esclusione».