la Repubblica, 27 maggio 2026
Per costruire una centrale nucleare ci vogliono almeno dieci anni
Quando la premier Meloni indica nel nucleare una svolta, per abbassare i prezzi dell’energia rispetto agli attuali e per accrescere la competitività del Paese, dovrebbe aggiungere: “tra dieci anni, almeno”. Anche i più accalorati sostenitori del ritorno alla fissione non fanno mistero che la riaccensione di un reattore in Italia per la produzione di elettricità avverrà non prima di due o tre lustri. Lo stesso presidente di Confindustria Emanuele Orsini lo scorso 8 maggio, in un convegno sull’energia in Sardegna, nel chiedere una accelerazione sulle rinnovabili aveva ammesso: «Benissimo le nuove tecnologie, come il nucleare perché crediamo che comunque quella sia la via, ma serviranno 10 anni».
Perché un conto è varare una legge delega, altro è ripristinare una filiera dell’energia atomica capace di installare reattori e gestirne le scorie, altro ancora è creare consenso sociale intorno al sorgere di impianti nucleari. In un Paese che ci mette in media sei anni, tra burocrazia e opposizioni dei territori, per dare l’ok a un campo fotovoltaico, sarebbe davvero stupefacente se si riuscisse a varare in tempi più rapidi una centrale atomica, piccola o grande che sia, con all’orizzonte lo spettro di un terzo referendum sul tema già evocato dal governo.
Ma supponiamo che l’esecutivo abbia questa capacità di accelerazione: approvata la legge delega, cosa rimarrebbe da fare? Primo: decidere su quale nucleare puntare. Se ne sta occupando Nuclitalia, società costituita un anno fa da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%). L’obiettivo è appunto “analizzare e selezionare le tecnologie nucleari di nuova generazione, in particolare Smr (Small modular reactor) per identificare quelle più idonee”. Il risultato dello studio sarà reso noto entro novembre: partiti da una lista di 80 tecnologie, gli esperti si starebbero concentrando su due o tre tipologie di Smr raffreddati ad acqua.
Nuclitalia, parallelamente, ha inviato un questionario a 1.000 aziende italiane per capire cosa sono capaci di fare e quale contributo potranno dare. Secondo: reperire gli Smr. Cosa non banale. «Al momento si possono ordinare alla Cina o alla Russia», spiega Stefano Monti, presidente dell’Associazione italiana nucleare (Ain), no-profit che rappresenta tutti i centri di competenza esistenti in Italia nel campo dell’energia e delle tecnologie atomiche. «E c’è un Smr di progettazione statunitense in costruzione in Canada, che abbiamo recentemente visitato con una delegazione parlamentare. Ma non esiste ancora un vero mercato per questi reattori. La disponibilità di una filiera di Smr in Europa è attesa a partire dal 2030». Quindi, almeno di non volersi affidare russi o cinesi (con buona pace della sicurezza energetica) occorrerà aspettare ancora diversi anni prima di vedere un Smr in azione da noi.
Poi si dovrà decidere dove metterli. Il tema del consenso sociale è cruciale, e non solo da noi: secondo un sondaggio della Gallup, nonostante una crescita di consensi, il 53% degli americani è contrario alla costruzione di un impianto nell’area in cui vive. E in effetti, i nuovi reattori stanno sorgendo soprattutto in Paesi dove lo stakeholder engagement non è una priorità: Cina, India, Russia, Turchia, Egitto. Ieri Orsini ha detto che le imprese italiane «sono disponibili a ospitare piccoli reattori». Ma chi vive nei dintorni che ne pensa?
Al netto di timori tutt’altro che secondari (rischio di incidenti, scorie, costi economici, dove prendere l’uranio…) è però proprio la tempistica a dividere, anche gli industriali: «Non siamo contrari al nucleare, ma non ci sembra una soluzione per il breve termine», dice Massimo Marengo, referente nazionale per l’energia di Confapi, associazione delle piccole e medie imprese private. «Vogliamo poter produrre energia rinnovabile per l’autoconsumo e accumularla con le batterie industriali. È l’unico modo, per essere competitivi, abbassando i costi della bolletta elettrica oggi». Non tra dieci anni.