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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Ritratto di Paxton, il vincitore delle primarie repubblicane in Texas

Nel suo momento peggiore, stretto tra una guerra che non si risolve, un’inflazione al galoppo, indici di gradimento ai minimi storici, prezzi del carburante al distributore che scontentano tutti, Donald Trump ha mostrato una volta di più artigli affilati in politica interna, portando alla vittoria un suo candidato alle primarie texane, Ken Paxton, personaggio quanto meno discutibile sul piano morale. 
La scelta del candidato meno trasparente solo perché gli ha dimostrato lealtà assoluta accompagnata dall’annuncio solo nell’ultima settimana, ha letteralmente rivoluzionato il voto. E dimostra quanto questo Presidente abbia ancora il pieno controllo di un movimento MAGA in difficoltà, che trova ancora soltanto in lui – nonostante i dubbi sulla guerra in Iran e ben al di là del giudizio morale – l’elemento unificante. Ma per la Casa Bianca non sarà tutto rose e fiori. 

Questa vittoria alle primarie solo per una soddisfazione personale del Presidente potrebbe trasformarsi in una vittoria di Pirro al voto decisivo a novembre. Contro Paxton infatti ci sarà il candidato democratico cristiano e buonista James Talarico, un ex seminarista di 36 anni che ha travolto l’opinione pubblica texana. Potrebbe davvero vincere, soprattutto contro Paxton, accusato di corruzione e immoralità, in un confronto che si trasformerà in una battaglia tra il diavolo e l’acqua santa. E se Talarico dovesse vincere, l’umiliazione per i repubblicani texani, ma anche nazionali, e per la Casa Bianca sarà assoluta visto che è da 32 anni che in un voto che riguarda l’intero Stato non vince un democratico. A conforto di questa sensazione di cambiamento epocale possibile e di quanto Trump a volte pur di soddisfare il suo ego possa esprimere scelte autodistruttive, oggi, prima ancora del confronto diretto, i sondaggi danno vincente Talarico con un percentuale del 44% contro un 42% di Paxton. Una differenza staticamente irrilevante, ma se l’avversario fosse stato Cornyn i sondaggi mostravano un pareggio.
Ma cominciamo dall’esame della mentalità trumpiana e per riflesso di quella del movimento MAGA. Per Cornyn la coerenza morale, il fatto di essere sempre stato un gentiluomo per i 20 anni del suo mandato, un senatore apprezzato, coerente col partito ma saggio, onesto intellettualmente e moralmente, il fatto che abbia quasi sempre votato con Trump e con il partito negli ultimi anni non è bastato. 
Nel Gennaio del 2021, Cornyn commise un peccato mortale: specchiando l’evidenza, disse che il Presidente si era di fatto reso complice dei disordini e dell’attacco al Campidoglio. Che poi abbia votato per non condannare Trump e che gli sia stato leale in molte altre occasioni, mettendo l’interesse del partito davanti al suo non è servito a nulla. Quella dimostrazione di «infedeltà» andava punita. E la forza di questo messaggio trumpiano così primordiale sui repubblicani texani non può che colpire per l’efficacia. Una settimana fa Paxton e Cornyn erano in testa a testa nelle 254 contee, circa la metà erano divise tra i due. 
Dopo il messaggio di Trump che premiava Paxton per la sua lealtà assoluta (in effetti non ha mai messo in dubbio una volta il verbo trumpiano) raccomandandolo come il candidato da lui prescelto, la mappa elettorale si è trasformata. Paxton, pur con la sua dubbia moralità, ha vinto con il 64% del voto contro il 36% di Cornyn, moralmente integerrimo. 
È questo aspetto, il mancato distinguo morale che colpisce più di ogni altra cosa. L’indicazione di voto del capo ha prevalso su tutto e Cornyn, che sembrava poter vincere in almeno un centinaio di contee importanti, alla fine se ne è aggiudicate soltanto sei.
E quando mettiamo in dubbio la moralità di Paxton non stiamo parlando di pettegolezzi/fake news, ma di fatti molto reali. Nel 2023 Paxton era stato accusato di aver abusato della sua carica di senatore statale per aiutare un investitore immobiliare amico suo e suo finanziatore. Persino la maggioranza repubblicana al Senato locale dovette cedere di fronte alla rabbia popolare e si mise a punto un impeachment nel quale i repubblicani rappresentavano sia la difesa che l’accusa. Alla fine come era da prevedersi, Paxton fu assolto per difendere l’onore del partito prima ancora del suo. 
L’anno scorso, dopo 38 anni di matrimonio la moglie Anna Paxton, anche lei in politica, senatore dello Stato, ha chiesto il divorzio denunciandolo per adulterio e maltrattamenti. E questo tipo di problemi in famiglia ai texani vecchia maniera non piace. 
È poi diventato Procuratore Generale del Texas nel 2014 grazie al suo attivismo, spesso spregiudicto nel Tea Party. E da procuratore generale che fa? Incoraggia la sua base politica ad acquistare titoli in un’azienda tecnologica senza rivelare che per ogni acquisto da lui caldeggiato riceveva una commissione. 
Anche per i texani Maga questo era troppo. Paxton fu incriminato per frode finanziaria, il processo durò dieci anni e alla fine il procuratore che aveva sempre negato, pagò un risarcimento di 300.000 dollari a patto che non fosse costretto a riconoscere la sua colpevolezza. Questi sono fatti. 
Paxton, grande allievo di Trump in tutto e per tutto, ha accusato i suoi denigratori di manipolazione della realtà e ha continuato a protestare la sua innocenza su tutto. Ma a novembre la musica sarà diversa. Non ci sarà solo il popolo MAGA alle urne ma anche molti texani disillusi da Trump e ci saranno anche molti texani democratici: non dimentichiamo che il Texas ha dato all’America un grande Presidente, Lyndon Johnson e un grande governatore, Anna Richardson. Prepariamoci dunque, perché lo spettacolo più importante, le lotte più serrate a novembre saranno nel «Lone Star» e il Texas diventerà barometro della tenuta nazionale di questo Presidente sempre più contestato anche all’interno del suo partito e fra senatori repubblicani che considerano l’abbandono di Cronyn al suo destino un vero e proprio tradimento del partito per una questione personale. Soprattutto se il seggio andrà poi perduto.