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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Francesco De Gregori spiega perché non scrive più canzoni

I 200 posti dell’Out Off, piccolo teatro nella periferia nord milanese, 0 i 10-15 milioni di telespettatori di Sanremo. Non c’è dubbio per Francesco De Gregori che chiude ogni speculazione sul suo rapporto con il Festival. «Avevo 16-17 anni e avevo il sogno di fare il cantante e scrivere canzoni. Si uccise Tenco a Sanremo e giurai che lì non ci sarei mai andato, a nessuna condizione», ha raccontato il «principe» presentando la prosecuzione del progetto «Nevergreen (Perfette sconosciute)» dedicato ai brani meno conosciuti del suo repertorio: un film diretto da Stefano Pistolini sull’esperienza dei 20 concerti in un mese del 2024 all’Out Off che sarà su Rai3 il 4 giugno, il lancio di un album live che uscirà a ottobre poco prima di un’altra doppia residenza, sempre all’Out Off e al Sala Umberto a Roma in autunno.
«Le ho chiamate “Nevergreen” con una parola inventata per dire che non hanno mai trovato spazio anche se ho capito che i miei fan talebani le conoscono tutte lo stesso. È un avvertimento per dire a quelli meno attenti di non aspettarsi “La donna cannone”, “Rimmel” o “Generale”».
A De Gregori piace pensarlo come un progetto «contro il gigantismo dell’industria musicale, un controcanto alla rincorsa dei grandi numeri: pure la parola sold out mi dà fastidio». Di album live in carriera ne ha pubblicati moltissimi, «ma non sono un bene primario, non impegno nessuno all’acquisto: documento quello che accade ai miei concerti». Quest’ ultimo lavoro «è un disco che assomiglia a un concerto, mentre sento spesso concerti che con l’uso di sequenze preregistrate e altro vogliono assomigliare a dischi». Non è un modo per riempire le pause in attesa di un disco di inediti che non arriva dal 2012: «Sono anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me. Non è una questione di tecnica, potrei scrivere una canzone in un pomeriggio, ma di ispirazione».
Nemmeno le guerre che infiammano il pianeta e che in passato hanno trovato la sua penna al massimo della forma (vedi «Generale» ma non solo) sono uno stimolo: «Vivo con apprensione e dolore quello che vedo accadere. All’epoca non avevo previsto nulla, bastava guardarsi in giro per vedere massacri, guerre e ingiustizie». Non gli interessa nemmeno essere quello che sensibilizza il pubblico con proclami e appelli. «C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump? Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica. È un ruolo che sento di non condividere. Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran. Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema».
Il film racconta quei concerti intervallati da spezzoni di chiacchiere dietro le quinte e prove con gli ospiti («Non ci saranno nella nuova edizione: il rituale mi ha stufato»): Jovanotti, Ligabue, Zucchero, Elisa e Malika Ayane... «Odio anche la parola biopic. Ne ho visti alcuni fatti da colleghi e volevo prendere le distanze da questa rappresentazione della musica mischiata al racconto su sé stesso dell’artista piazzato su una poltroncina per un’intervista di due ore, con amici, genitori e nonni che dicono quanto è bravo. Questo è un film non patinato, lo definirei grunge».
L’idea delle lunghe serie di concerti nello stesso posto e con una scaletta insolita, spiega, è «una libertà di scelta che mi posso permettere: faccio l’artista e basta».
Ha appena celebrato i 50 anni di «Rimmel» con un tour nei palazzetti. «Se uscissi oggi con una canzone del genere, come la intendevo io e la intendevano altri colleghi, con un’introduzione, strofe, ritornello e bridge e un testo non stupido, non avrebbe spazio. Ma nemmeno se fosse “Yesterday”. Oggi viene premiato un altro tipo di musica che non mi appartiene nemmeno come ascoltatore». Quest’anno sarebbe il mezzo secolo di «Bufalo Bill». «Ogni anno ce ne sarebbe uno e diventerebbe una routine. Non ho bisogno di festeggiare un disco per fare un tour. Forse con una scusa del genere verrebbe qualcuno in più, ma non conto le persone che vengono. Sotto questo punto di vista mi sento risolto».
L’amicizia con Lucio Dalla gli è rimasta nel cuore. «Gli sono debitore per lo stile di canto: mi ha insegnato l’uso ritmico della voce. Da me lui ha preso forse il coraggio di scrivere i suoi testi. Eravamo mondi opposti ma c’è anche un’importante parte umana di ricchezza di valori».