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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Isabella Bossi Fedrigotti parla di Trentino e ciclismo

Afferma di non usarla tutti i giorni, «ma almeno un paio di volte la settimana, per la spesa, il cinema, qualche appuntamento». E puntualizza, «bici non elettrica ma dotata di cambio, a quattro marce», anche se le insidie milanesi, città piattissima di pianura, non sono le salite ma il traffico sempre più indisciplinato.
Isabella Bossi Fedrigotti sorride di questa confessione plateale, per non impensierire il cerchio degli affetti pedala (di frequente) di nascosto. «Se inizi da piccolo ti ritrovi come marcato da un segno indelebile, di libertà assoluta, e diventa difficile abbandonarla», osserva la scrittrice e giornalista, che ritorna con piacere alle sue avventure spensierate lungo l’Adige, a Borgo Sacco, il quartiere di Rovereto – nei secoli passati vivace porto fluviale, lei ne indica la bella piazza affacciata sull’acqua —, dove è nata e ha vissuto fino all’università, frequentata nella metropoli lombarda. Il Trentino non ha rivali sul tema delle piste ciclabili, quasi cinquecento km di nastri asfaltati e protetti che attraversano le sue valli, in estate serviti da bus e treni attrezzati (i bicibus) che facilitano il rientro. «È una cultura radicata, ai miei tempi non c’erano ancora, ugualmente si girava tutto il giorno in bici, con le compagne di scuola mi inoltravo per sentieri sterrati da brivido».
Di ciclismo, però, sa poco. Anche sul Giro d’Italia: «Non guardo mai la televisione, avrei tempo di sera, ma quelle ore di quiete sono dedicate alla scrittura». Un nuovo romanzo? «Non ha ancora quella forma, potrebbe restare come raccolta di racconti o dilatarsi in un’unica storia – e qui si ferma —, dare dettagli equivarrebbe a smontarlo ancora prima di averlo costruito».

E allora, torniamo di nuovo sui campioni e sulla Corsa Rosa: qualche nome? Cita Tadej Pogacar (che non compete), aggiunge Pantani e «Lo Sceriffo», Francesco Moser: «era la gloria regionale, a casa si seguivano le sue imprese». Si difende, «me la caverei meglio con il tennis, per me è il richiamo della foresta, mia madre era viennese, parlavamo tedesco, lei saliva verso Bolzano a cercare il pane nero di segale di cui aveva nostalgia».
A sorpresa, comunque, parlando di gite sul monte Bondone, meta di famiglia, in inverno per lo sci, nella bella stagione per le escursioni, ricorda un gioco dei fratelli sui tornanti della salita, «sgranavano ogni volta l’ordine di arrivo e le posizioni dei partecipanti al Giro sulle curve più pericolose, soffermandosi sulle cadute rovinose».
La diciassettesima tappa, Cassano d’Adda-Andalo, si allontana dalla Lombardia per avvicinarsi allo scenario delle Dolomiti del Brenta. Condino, Tione di Trento, San Lorenzo Dorsino sono alcuni dei paesi pronti a tifare il passaggio, Bossi Fedrigotti si illumina, «le Giudicarie, in quelle valli ho ambientato una parte consistente del mio primo romanzo, “Amore mio, uccidi Garibaldi”, basato su memorie e documenti familiari, il mio italianissimo bisnonno Fedrigo Bossi Fedrigotti, sposato a una nobile di Praga, forse per fare colpo sui suoceri che lo consideravano un poveretto, era andato volontario nell’esercito austriaco. In quei paesaggi incontaminati —, prosegue —, di prati perfetti, una natura esuberante che ti abbraccia, ho vagato con lo sguardo rivolto indietro, sulle tracce della guerra».
Andalo, tappa finale, compare fra le abetaie dell’altopiano della Paganella, «è l’immersione nell’aroma legnoso dei boschi, e a poca distanza c’è il lago di Molveno, ideale per un tuffo e la canoa, mentre sul sentiero che lo costeggia c’è un ponte romano e appena più in alto i fortini napoleonici».