Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Intervista a Marina Rovera

«Se ho un rimpianto è di non essere stata una musicista. Però alla musica ho dedicato tutta la mia vita», racconta Marina Rovera, giornalista, amica di tanti protagonisti della Milano della cultura, fresca centenaria: il secolo lo ha tagliato lo scorso 5 maggio. Che sia la data della morte di Napoleone e della nascita di Karl Marx, poco le importa. Fosse stato Beethoven o Mahler… Ma alle stelle non si comanda.
Quindi, com’è andata?
«Che a decidere è sempre la vita», sospira questa signora esile e gentile, a cui l’età non ha tolto nulla dell’eleganza innata nei modi e nel vestire. Dietro l’aria fragile, il sorriso dolce, le sciarpe colorate, Marina cela però un’anima d’acciaio.
Com’è stata la sua infanzia?
«Serena fino ai dieci anni, quando papà morì. Santo, si chiamava, era un bravo medico e mia mamma Emma lo aiutava nella sua clinica di Varese. Sono nata lì, praticamente in casa. Poco distante viveva mio nonno Luigi, ferocemente verdiano, mentre mio padre, che aveva studiato a Vienna, era innamorato di Wagner. Gli scontri tra loro sfioravano la rissa. È lì che ho capito che la musica può essere una passione furibonda».
Il suo primo incontro con la musica?
«A quattro anni il nonno mi portò al Sociale di Varese a vedere Falstaff. Voleva che la mia prima opera fosse di Verdi e pazienza se, tra tutte, quella era la più ardua. Non so cosa capii, ma quella sera la ricordo come una festa».
E dopo, che successe?
«Che a casa, per ripicca, mio padre continuava a mettere su Wagner. Per me era orecchiabile come quei motivi russi che mi cantava la mia balia».
Una balia russa?
«Maria Andreinkova, detta Magna. Arrivata in Italia dopo la Rivoluzione, aveva trovato in casa nostra la sua seconda famiglia. Seguendo l’usanza russa del patronimico, mi chiamava Marina Santovna. Ricordo il profumo di cannella che si portava dietro, i suoi piroski alle mele erano leggendari. E le sue canzoni, buffe e malinconiche».
Con tutta quella musica intorno, sembrava inevitabile che si sarebbe fatta tentare.
«Per un attimo fu così. Tra gli amici dei miei c’era Lina Pugnani, eccellente pianista, prima moglie di Renzo Rossellini, fratello del regista Roberto. Qualcuno suggerì a mio padre di farmi prendere lezioni. “Se vorrà studiare musica”, rispose, “sarà solo per avviarsi a una carriera di concertista”».
Proposito impegnativo per una bimba così piccola.
«A decidere fu il destino. Poco dopo mio padre morì. Un trauma per tutti, per me qualcosa di inspiegabile. Ricordo il vestitino nero per il funerale, le scarpette tinte frettolosamente di nero. Fu quel colore a farmi intuire il senso della morte. Da allora tutto fu diverso».
Come cambiò la sua storia?
«Mia madre decise di lasciare Varese e trasferirci a Milano. Un altro mondo si apriva. La scuola dalle Orsoline, il liceo Beccaria, la guerra, le bombe. Sfollammo in campagna, dalla nonna Giuseppina, moglie del regista Attilio Fabbri. Fu lei a farmi scoprire il teatro».
All’università però sceglie medicina.
«Frequentai solo un anno. Una donna medico suscitava troppe riserve, così passai a Lettere. Mi laureai con una noiosissima tesi sugli artigiani delle guglie del Duomo. Ma insegnare non faceva per me. Per fortuna arrivò Novità».
Quale novità?
«Era il titolo di un periodico. “Novità”, fondata a inizio anni 50 da Bebe Kuster Rosselli. Una rivista per quelle donne che, decise a emanciparsi, volevano suggerimenti su come vestirsi, arredare la casa, comportarsi nel lavoro. Cercavano una tuttofare e tutto feci davvero: dall’attaccare francobolli alle didascalie ai primi pezzetti. Siglati, mai firmati. La gavetta allora era dura».
Poteva far valere il suo diritto.
«Ero schiva e orgogliosa. Felice comunque di lavorare in un ambiente stimolante. Novità piacque, anzi il successo fu tale che Condé Nast, l’editore di Vogue, decise di investire nella rivista, diventata nel frattempo una vetrina di talenti della moda, della grafica, della fotografia. Arrivò un nuovo direttore generale, Daniel Salem. Mi promossero caporedattore».
Cosa cambiò per lei?
«Quello sguardo internazionale, l’apertura alla cultura, mi portò a conoscere nomi leggendari. Come Dacia Maraini, che ebbe l’idea di intervistare Montale chiedendogli della sua infanzia, e da lì nacque una serie di incontri poi raccolta nel libro “E tu, chi eri?”».
Altri incontri?
«Fellini, indimenticabile. Andammo con Mulas per un servizio sul set di Giulietta degli spiriti ma lui non arrivava. “Non può scendere”, ci dissero. Era appollaiato su un albero a cercare l’inquadratura».
E sul fronte musica?
«Nel 1971 intervistai Claudio Abbado, allora direttore musicale della Scala, per il suo Wozzeck. Ma quando la ritrovai in pagina mi accorsi che non mi avevano messo la firma. A pensarci mi fa ancora male. Da quel male però venne un grande bene: l’amicizia con Claudio e la sua famiglia. Col tempo diventata un po’ anche la mia. Sua madre Maria Carmela, i suoi figli Alessandra e Daniele. Sebastian, il terzo, l’ho visto nascere».
Un ricordo felice?
«Le estati in Sardegna, nella casa di Claudio a picco sul mare, nel giardino che amava tanto. Le gite in barca, le partite di pallavolo con Luigi Nono, Renzo Piano, Massimo Cacciari. Ho conosciuto tutto un mondo di musica e cultura milanese: Maurizio e Marlisa Pollini, Gae Aulenti, Rosellina Archinto, Gregotti, Strehler, Ronconi».
La musica era tornata. Salem le affiderà Do Maggiore.
«Il supplemento di classica di Vogue. Finite le pubblicazioni iniziai a collaborare con Amadeus, diretto da Duilio Courir, critico del Corriere. E poi il salotto musicale di Anna Crespi Morbio, per cui curavo le presentazioni degli Amici della Scala».

Oltre ad Abbado, un direttore che le è rimasto nel cuore?
«Toscanini. Ero amica di suo figlio Walter, andai a casa sua in via Durini. Si diceva fosse arcigno, iroso. Scoprii un nonno tenerissimo: per i nipotini aveva sistemato un trenino elettrico che occupava i coperchi di due pianoforti a coda».

Cosa le manca di quel mondo?
«Le figure carismatiche che lo popolavano. Quei grandi padri geniali e tirannici non hanno lasciato spazio a eredi».
Cosa le resta di quel mondo?
«Il grande affetto di Alessandra Abbado. Ancora adesso viene a trovarmi ogni sabato e insieme ci mangiamo il nostro dolce preferito, la tarte Tatin».
Sembra di capire che non sta a dieta.
«Perché dovrei? Vuol dire che il corpo ne sente il bisogno. E io non voglio scontentarlo».
Il segreto per arrivare in forma a cent’anni?
«Lavorare sempre. Seguire le passioni, avere tanti amici e non sposarsi mai. “Sempre libera”, come dice Violetta».

Citazione verdiana, nonno Luigi sarebbe contento. Tra Verdi e Wagner quindi?
Esita. Confessa: «Più Verdi che Wagner».