Corriere della Sera, 27 maggio 2026
Iran, è stato "riacceso" Internet
Mina manda l’emoticon del mondo. «Finalmente», scrive su Instagram. È una studentessa di medicina a Teheran che ha passato questi mesi a pagare vpn costosissime al mercato nero, per trovare ogni giorno il modo di scrivere alla fidanzata che studia a Roma. Ieri sera, uno dopo l’altro, i contatti iraniani hanno cominciato a riapparire sul telefono. Ana: «Oddio, sono sommersa di notifiche». Samira: «Ciaoooooo». Mohammed: «Non ci posso credere».
Gli iraniani sono tornati. O, almeno, è tornata la loro voce. Per tre mesi abbiamo fatto fatica a sentirla. Scriveva chi poteva permettersi una vpn – spesso al costo di 20 o 30 dollari al mese in un Paese dove il salario medio si aggira sui duecento –, e chi riusciva ad aggirare il blocco di Internet con Starlink. Dentro, la normalità è già distopia tecnologica. Una rete di Stato che apre solo sui siti governativi e sui media allineati, una Intranet lenta che assomiglia a Internet ma non lo è e un nuovo sistema a caste digitali chiamato «Internet Pro», dove la connessione vera è un beneficio riservato a categorie scelte.
Il blackout totale, scattato con i bombardamenti di fine febbraio, ha avuto un obiettivo preciso: non far vedere al mondo i danni della guerra e non permettere agli iraniani di raccontarli. Niente video delle esplosioni, niente prove degli edifici sventrati. Non era la prima volta. Già a gennaio, durante le grandi proteste, la rete è stata spenta per coprire la repressione che nel buio ha massacrato decine di migliaia di persone.
Da fuori, in queste settimane silenziate, abbiamo osservato il grafico del gruppo di monitoraggio NetBlocks come si guarda un tracciato cardiaco. Quella linea rossa incollata allo zero ieri ha avuto un primo sussulto: «Welcome back, Iran», hanno scritto.
Mohammed racconta che ha passato il pomeriggio seduto per terra, davanti al modem di casa, a fissare le lucine che si accendevano e spegnevano. Fa il designer per un’azienda di software che esiste soltanto in remoto. Da quando il regime ha bloccato Internet, le sue entrate si sono assottigliate fino quasi a sparire. «Per meessere online significa stipendio», dice. La Camera di commercio iraniana ha calcolato che il blocco ha portato tra i trenta e i quaranta milioni di dollari al giorno di perdite.
Laleh vive a Berlino ed è veterana dei blackout della Repubblica islamica. Negli ultimi mesi era diventata una centrale di notizie per la sua famiglia a Teheran. «Ogni volta che riuscivano a collegarsi, mi arrivavano messaggi: dimmi cos’è successo, dove hanno colpito, cosa ha detto Trump». Mina spiega che in Iran «ci sono social che imitano WhatsApp gestiti dal governo. Uno si chiama Ita, uno Bale». Li ha sempre evitati perché controllati dal regime, ma «in questi mesi li ho scaricati. Ero disperata».
Il ripristino è stato annunciato dal presidente Masoud Pezeshkian e poi confermato dal vicepresidente Mohammad Reza Aref, mentre i Guardiani della Rivoluzione non escludono che possano chiudere tutto di nuovo. Qualcuno legge l’apertura come segno di distensione, qualcun’altro riconosce in questa mossa il solito sistema «bastone e carota» del regime che pensa così di contenere le spinte rivoluzionarie del popolo. Ma a Mina non importa. Dice che passerà la notte a chattare con Roma.