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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Gli Usa colpiscono navi di Teheran. Israele avanza in Libano

Donald Trump posta su Truth il suo sogno a occhi aperti. Vuole gli uomini della Repubblica islamica con le mani alzate, mentre confessano che la Marina iraniana giace sul fondo del mare. Vuole i generali che sventolano bandiera bianca e gridano «mi arrendo, mi arrendo». Fantastica che «tutta la restante leadership firmi i necessari documenti di resa e ammetta la sua sconfitta di fronte alla grande potenza dei magnifici Usa». Seguono gli insulti di rito al New York Times, alla Cnn e ai democratici, che ormai chiama «dumacrats» – ricorda «dumb», stupido – in un post che rasenta il delirio e che sarebbe quasi comico, se non arrivasse lo stesso giorno in cui le sue forze armate bombardano basi militari, siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane nello Stretto di Hormuz, nelle ore più delicate dei negoziati di pace.
L’attacco sarebbe scattato dopo che l’Iran ha schierato navi posamine e fatto sorvolare droni vicino a unità navali americane. Il Pentagono l’ha chiamata «autodifesa», non guerra, e il distinguo non è secondario. È un messaggio a Teheran: accelerate la chiusura del negoziato, oppure torniamo alle bombe. Esplosioni sono state segnalate a Bandar Abbas, la città portuale affacciata sullo Stretto attraverso cui passava un quinto del petrolio e del gas mondiali. Il regime hanno subito dichiarato che la situazione era «sotto controllo». Ma sotto controllo non lo era per niente.
Negli ultimi giorni, la Casa Bianca ha lanciato segnali contraddittori. Nel fine settimana ha lasciato intendere che un accordo fosse questione di ore. Poi, lunedì, Trump ha detto che non c’era nessuna fretta. E ieri è toccato al segretaro di Stato, Marco Rubio, di ritorno dall’India, provare a rimettere ordine spiegando che per un’intesa «servono ancora diversi giorni, perché sono in corso molti scambi di opinioni su specifici punti del documento».
Nel frattempo, i principali negoziatori iraniani – il ministro degli Esteri Araghchi, il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, il governatore della Banca Centrale Hemmati – erano a Doha proprio mentre gli americani attaccavano, e il loro rientro a Teheran a sera inoltrata sa di pausa, almeno temporanea. «Azioni aggressive e ingiustificate», hanno commentato. Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie ha promesso una risposta «reciproca e decisa» a qualsiasi violazione del cessate il fuoco e ha dichiarato di aver abbattuto un drone Usa. Il tutto mentre il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ribadiva che i progressi sull’intesa ci sono, ma che un accordo non è «imminente». Secondo alcune fonti il testo sarebbe completato al 95 per cento, con le scorte di uranio arricchito e le sanzioni come nodi ancora aperti. Trump sembrerebbe più disponibile all’idea che l’Iran distrugga l’uranio «in un luogo accettabile», ammorbidendo la posizione di partenza che voleva le scorte solo negli Stati Uniti. Invece, la guida suprema Mojataba Khamenei non ammorbidisce niente e ricorda, via messaggio scritto: questa guerra ha dimostrato che le basi americane in Medio Oriente «non sono più sicure».
Israele, nel frattempo, procede per conto suo senza aspettare le diplomazie. Netanyahu ha ottenuto l’approvazione del gabinetto per estendere le operazioni in Libano oltre la linea gialla, con incursioni di terra e raid aerei nella Bekaa e nel Sud del Paese. Trump ha posto una sola condizione: non toccare Beirut, per non far saltare i colloqui con l’Iran. Tutto il resto pare possa andare avanti. Le forze israeliane si sono spinte oltre il fiume Litani e distrutto, dicono, oltre 190 depositi di armi di Hezbollah. A Mashghara – sempre nella Bekaa – un raid ha ucciso 11 persone, tra cui due bambine. La giornata si è chiusa con una telefonata tra il premier israeliano e Trump dopo la riunione del gabinetto di sicurezza. E con un annuncio: l’Idf avrebbe eliminato Mohammed Odeh, nuovo leader dell’ala militare di Hamas.