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 2026  maggio 27 Mercoledì calendario

Orsini: burocrazia, la Ue cambi. Rischio di deserto industriale

Come nelle due precedenti Assemblee generali di Confindustria, sotto la gestione di Emanuele Orsini, anche ieri si è vista una forte sintonia tra il leader, la platea degli imprenditori e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. È cambiato solo lo scenario, perché questa volta l’Assemblea si è svolta nella Nuvola, il centro congressi all’Eur firmato Fuksas. In prima fila, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che mancava dall’Assemblea del 2023, e mezzo governo. Tanti gli applausi che gli imprenditori hanno riservato alla relazione di Orsini e al successivo intervento di Meloni. Tantissimi i punti condivisi. Il presidente di Confindustria ha rivendicato il ruolo dell’imprenditoria italiana, che «è ancora la seconda manifattura in Europa». Ma ha aperto la relazione con l’allarme sul rischio per Italia e Europa di «perdere la nostra industria e milioni di posti di lavoro» per colpa delle guerre e della Cina, che «è oggi l’unica vera superpotenza industriale». Uno scenario geopolitico nuovo rispetto al quale «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», ha affermato.
Le istituzioni europee appaiono al presidente prigioniere di una burocrazia «lunare».«Le 72 condizioni poste dalla commissione Ue per il via libera al decreto Bollette del nostro governo sono l’ultima conferma. Fermatela!» ha esclamato tra gli applausi. L’Europa, invece, dovrebbe lavorare «su tre leve prioritarie»: mercato unico dell’energia, dei capitali e debito comune. Significa: sospensione del sistema Ets (la tassa pagata da chi inquina, «che arricchisce i concorrenti americani e cinesi, una vera pazzia»); rendere i capitali «più accessibili alle imprese», e debito «per finanziare investimenti strategici», dalle infrastrutture energetiche e digitali al nucleare. «La Cina sta colonizzando i nostri mercati. Se l’Unione non sosterrà da subito le nostre produzioni – ha ammonito Orsini – saremo costretti al deserto industriale.
Ma c’è anche un versante italiano. Bisogna «tornare a una crescita del 2% l’anno», dice il presidente, mentre negli ultimi 25 anni siamo cresciuti in media dello 0,4% annuo, contro l’1,4% dell’Ue, il 2,1% degli Usa e l’8% della Cina». Che fare? Non si può continuare a puntare solo sull’export, serve «un rapporto bilanciato» con gli investimenti e i consumi, sottolinea il presidente, che indica «5 leve per rimettere l’impresa al centro: energia, crescita dimensionale delle pmi, contratti di sviluppo e innovazione, semplificazioni e riforma della 231 (infortuni sul lavoro, ndr.), risorse adeguate». Su quest’ultimo punto, propone di trovare 20 miliardi da una revisione delle 575 agevolazioni fiscali (tax expenditure) che valgono 120 miliardi. Al governo chiede anche autorizzazioni rapide per gli impianti di produzione di energia rinovabile, l’estensione del modello Zes (autorizzazioni semplificate per gli investimenti), il «rilancio dei Pir», per mobilitare il risparmio verso le imprese. Serve, ha detto nel passaggio più applaudito, che le decisioni politiche da prendere non vengano sempre trasformate «in un campo di battaglia elettorale». Infine, il rapporto con i sindacati: «Orgoglioso del lavoro comune» con Cgil, Cisl e Uil; contento del decreto del governo su contrattazione e «salario giusto», anche se Orsini riconosce che «resta aperta la questione salariale». Ma avverte: «Da soli non riusciamo a risolverla». «Troppi settori – ammette – offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti». Parole deboli, secondo il leader della Cgil, Maurizio Landini: «Orsini non sa come fare ad alzare i salari e Meloni non ha parlato del tema». Anche per Antonio Misiani (Pd) la questione salariale è «cruciale e tutti devono fare di più, a partire da Confindustria che – osserva – dovrebbe incalzare il governo con più forza».