Avvenire, 26 maggio 2026
Il governo a Electrolux: piano irricevibile
«L’azienda torni a investire. A lavorare insieme per una soluzione industriale». Così il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso replicando ad Electrolux, ieri al Mimit. Azienda che, anziché riconsiderare il numero dei 1.700 esuberi, come da più parti sollecitata, li ha anzi aumentati: a 1.719. Il ministro ha pertanto invitato il gruppo a utilizzare i giorni che separano dalla prossima riunione, convocata per il 15 giugno, per ritirare il piano e presentare una nuova proposta industriale compatibile con le richieste avanzate da istituzioni, Regioni, enti locali, parti sociali e lavoratori. Questa la prospettiva per i cinque stabilimenti del Gruppo. Susegana (TV): focus frigoriferi da incasso, 450 mila pezzi/anno su 3 linee a giornata, con 310 esuberi operai (oggi sono 110). Porcia (PN): lavatrici, 500mila pezzi/anno su 3 linee a giornata, con 256 esuberi operai. Forlì (FC), forni, 859 mila pezzi/anno su 6 linee a giornata e 241 esuberi operai. Solaro (MI), lavastoviglie alto di gamma, 690 mila pezzi/anno su 4 linee a giornata, 106 esuberi operai. Per Cerreto d’Esi (AN) è prevista la cessazione produzione in Italia: 81 esuberi operai. Ben 725 esuberi anche tra gli impiegati, quadri, dirigenti, operai di ricerca e sviluppo. L’Ad Ranieri ha inquadrato il piano italiano dentro una riorganizzazione globale che include la chiusura dello stabilimento di Santiago e di quello di Jászberény in Ungheria (frigoriferi, cessazione a fine 2026), accompagnata da un aumento di capitale di 9 miliardi di corone svedesi e da tre joint venture con la cinese Midea limitate – assicura l’azienda – al mercato nordamericano. Il quadro di mercato presentato dal “gigante del freddo” è quello di un settore in stagnazione: 83 milioni di pezzi venduti in Europa nel 2025 (per ritrovare un dato così basso bisogna risalire al 2014), la polarizzazione del consumatore verso fasce di prezzo basse (sotto i 400 euro: +3,8%; fascia medio-alta: -5,5%), competitor asiatici in crescita del 6% sulle quote di mercato e in calo del 6% sui prezzi. Lo svantaggio strutturale di costo dell’Europa rispetto alla Cina viene quantificato in -87% sul lavoro, -45% sull’energia, -31% sull’acciaio (784 euro/tonnellata in UE contro 540 in Cina). Dal ministro Urso alle Regioni, ai sindaci ai sindacati e ai delegati, presenti al tavolo, tutti hanno respinto il piano come «inaccettabile».
Francesco Acquaroli (Marche) è andato dritto al punto su Cerreto d’Esi: «Lo stabilimento risulta essersi già smobilitato. Questo non è rispettoso delle istituzioni che rappresentano gli interessi di dipendenti e territori. Il piano è irricevibile e inaccettabile». Alessia Rosolen (FVG) ha portato sul tavolo la domanda che aleggia su tutta la vertenza: «Questa ristrutturazione è propedeutica alla cessione a Midea? Va assolutamente evitato».
Una preoccupazione condivisa da Emilia-Romagna. L’assessore Bitonci della Regione Veneto ha anche citato il dato dei contributi pubblici incassati da Electrolux negli anni: circa 200 milioni di euro. «L’azienda deve assumersi la responsabilità sociale e industriale verso territori e lavoratori». La Regione Lombardia, pur meno colpita sui volumi (Solaro vede addirittura un incremento), ha sollevato la contraddizione più aritmetica del piano: «Come si spiega al territorio che aumentano i volumi e diminuiscono i lavoratori?».
Ranieri ha respinto la lettura del “taglio lineare”: «Abbiamo identificato categorie di prodotto dove siamo in difficoltà, è abbastanza specifico. L’unica intenzione del piano è riportare sostenibilità all’elettrodomestico. Siamo aperti al confronto, ma con i piedi per terra nella realtà». Durissimi i sindacati. Michelangelo Agrusti di Confindustria Alto Adriatico ha annunciato che nei prossimi giorni si svolgerà un incontro con le Confindustrie tedesca e polacca per costruire una posizione comune europea contro la concorrenza asiatica. «Io non ho simpatia per Trump, ma la politica dei dazi aveva uno scopo a suo modo rispettabile: riportare manifattura negli Stati Uniti. Noi dobbiamo fare una politica di qualche tipo, magari dazi ragionevoli e selettivi, per mantenere il manifatturiero in Europa, o da lì non ne usciamo».