Il Messaggero, 26 maggio 2026
Da Nvidia ad Amazon. Il potere illimitato dei faraoni della Rete
Monopoli e potere. Qualcuno li ha definiti tecno-feudatari. Leone XIV nella sua enciclica «Magnifica Humanitas» ne ha parlato come un potere che tende a farsi «opaco». C’è un altro paragone appropriato, quello dei Faraoni. Appare nelle loro aspirazioni. I Faraoni possedevano tutta la terra d’Egitto. Loro hanno il pieno controllo delle piattaforme tecnologiche. I Faraoni emanavano le leggi, riscuotevano tasse. Loro dettano le regole sulla rete e ne monetizzano il dominio. I Faraoni comandavano l’esercito. E pure qui ci stiamo arrivando, con la difesa di interi Stati affidata ai sistemi di satelliti o di intelligenza artificiale prodotti da società come SpaceX o Palantir. Infine i Faraoni erano gli unici intermediari tra gli uomini e le divinità, unici sommi sacerdoti responsabili di mantenere l’ordine cosmico attraverso il loro governo.
LA DOMANDA
Per i tecno-miliardari la divinità sono i dati e gli algoritmi di cui sono i sacri custodi (e proprietari). Il potere economico della Silycon Valley, è enorme, e sta tracimando verso quello politico. Dei Faraoni hanno certamente la ricchezza. Elon Musk diventerà, dopo la prossima quotazione di Starlink, il primo uomo ad avere un patrimonio superiore a mille miliardi di dollari, vale a dire poco meno della metà del Pil italiano. Le “magnifiche sette”, le maggiori Big Tech quotate a Wall Street, Nvidia, Alphabet, Meta, Amazon, Apple, Microsoft e Tesla, valgono tutte insieme più di 23 mila miliardi di dollari, vale a dire 20 mila miliardi di euro, più del Pil dell’intera eurozona, una delle principali aree economiche del mondo. Ma c’è una domanda che da tempo assilla i mercati. Una domanda che ha iniziato a diventare un vero tarlo da quando l’intelligenza artificiale è diventata il nuovo campo di battaglia per il dominio digitale. La domanda è se gli enormi investimenti necessari per i data center che la alimentano, potranno mai essere rimborsati. Se cioè, le fondamenta di queste società restano solide o sono destinate a crollare e a trascinare con se l’economia mondiale. Solo quest’anno Amazon, Meta, Microsoft e Google spenderanno 650 miliardi di dollari per le infrastrutture di intelligenza artificiale. Secondo Morgan Stanley, se si considerano tutti gli “hyperscaler” la cifra sale a 800 miliardi. Da Goldman Sachs a Moody’s, sono molti gli analisti che si chiedono se questi investimenti siano sostenibili. Prendiamo OpenAi, la società di ChapGpt, uno dei principali motori di intelligenza artificiale. Ha siglato accordi per un valore complessivo di 1.400 miliardi di dollari per i prossimi otto anni, oltre cento volte il suo fatturato. Dentro ci sono 300 miliardi di dollari per i servizi cloud di Oracle da acquistare nei prossimi cinque anni, 250 miliardi a Microsoft e 38 miliardi ad Amazon. Le società di intelligenza artificiale stanno creando una sorta di economia “circolare”. Grandi fondi e grandi banche, come Softbank, finanziano le società, che a loro volta si impegnano in enormi contratti di fornitura con produttori di chip, come Nvidia, che a loro volta investono nelle stesse società di intelligenza artificiale. Una enorme macchina del debito che prima o poi, sostengono diversi analisti, dovrà scaricarsi da qualche parte. Già, ma dove? Il prossimo passo è già segnato: la quotazione in Borsa delle società di intelligenza artificiale con valutazioni stratosferiche. In fase di lancio ci sono OpenAi e Antrhopic, ai quali si aggiunge l’Ipo del secolo, quella di Starlink di Elon Musk. Per le prime due sono attese valutazioni superiori al trilione, per la società dei satelliti del proprietario di “X” addirittura di due trilioni. Solo queste cifre stellari sono in grado, secondo i guru della Silycon Valley, di reggere la sfida epocale dell’intelligenza artificiale. Ma qualcuno si inizia a chiedere se questa ondata di quotazioni non serva per alleggerire una parte del debito accumulato in questa folle corsa, passandolo agli investitori e ai risparmiatori. Anche quelli europei, considerando che pezzi consistenti del risparmio dei cittadini del Vecchio Continente alimentano le istituzioni finanziarie americane. Senza che mai però, potranno avere voce in capitolo. Basta leggere i documenti della quotazione di Starlink. Ogni azione in mano a Elon Musk varrà 10 voti, tutte le altre un voto. Il multimiliardario peserà sempre per l’85% nelle scelte. Il potere sulla società resterà assoluto. In fin dei conti è un Faraone. A meno che, e qui torniamo a Leone, queste concentrazioni di potere non vengano “disarmate”. Solo gli Stati possono farlo. Con le regole antitrust, per esempio. Le stesse usate un secolo fa quando ad accumulare un potere enorme, tale da sfidare lo Stato, furono i petrolieri-ferrovieri americani.