ilfattoquotidiano.it, 26 maggio 2026
Balneari di nuovo sulle barricate
Balneari di nuovo sulle barricate. Al centro della protesta c’è ancora la messa a gara delle concessioni attesa da vent’anni e ora in dirittura d’arrivo. Il Sib-Confcommercio ha proclamato lunedì lo stato di mobilitazione generale. Ma stavolta nel mirino, sullo sfondo dell’odiata direttiva Bolkestein, c’è l’inerzia del governo Meloni che dopo aver “tradito” i gestori decretando l’obbligo delle gare non dà ai Comuni e agli stessi concessionari gli strumenti per procedere. A partire dal bando tipo, lo schema standardizzato che dovrebbe uniformare le procedure e di cui, alle soglie dell’estate e a un anno dal termine ultimo per avviare la selezione concorrenziale dei nuovi affidatari del bene pubblico che sono le spiagge, non c’è traccia. Nei Comuni come Ostia, Ginosa, Bibione e Spotorno che sono andati avanti da soli, sostiene il sindacato dei balneari, è il caos, con “rilevanti disservizi”, stabilimenti non assegnati e servizi di balneazione ridotti. Morale: serve un “intervento chiarificatore” di governo e Parlamento. Per propiziarlo partirà una “diffusa e capillare campagna informativa” rivolta alla politica ma “soprattutto all’utenza”. Se nulla cambierà non viene esclusa “alcuna forma di protesta e di azione sindacale”.
Come si è arrivati al nuovo braccio di ferro? Sul fatto che non siano ammissibili ulteriori proroghe dopo quelle concesse da parte dei governi Berlusconi, Renzi e Conte 1 nel 2010 (fino al 2015), 2015 (fino al 2020) e 2018 (fino al 2033) sulla carta non ci sono dubbi. La direttiva Bolkestein del 2006 impone procedure competitive per l’assegnazione delle concessioni quando la risorsa disponibile è limitata. L’Italia ha continuato per anni a proteggere lo status quo, rinviando l’esito inevitabile per non scontentare la lobby che – per il centrodestra in particolare – ha rappresentato storicamente un bacino economico ed elettorale rilevante. Il risultato è stato una procedura di infrazione avviata dalla Commissione Ue nel 2016 e mai chiusa, con la spada di Damocle del deferimento alla Corte di Giustizia che potrebbe sfociare in multe salate. Intanto gli utenti pagano a caro prezzo l’ingresso ai bagni mentre i gestori continuano a versare a titolo di canone la misera cifra di 6.000 euro medi all’anno, per un totale di 155 milioni. Per fare un confronto: per i soli affitti dei negozi e ristoranti in Galleria Vittorio Emanuele il Comune di Milano incassa circa 85 milioni l’anno.
Sul fronte interno la svolta è arrivata nel novembre 2021, quando l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha dichiarato illegittime le proroghe automatiche fissando la scadenza delle concessioni al 31 dicembre 2023. Il governo Meloni ha tentato comunque in extremis di calciare la lattina in avanti di un altro anno, ma il massimo organo della giustizia amministrativa nel febbraio 2023 ha chiarito che quel nuovo regalo della maggioranza di centrodestra era inapplicabile e qualsiasi altro rinvio sarebbe stato bocciato in quanto in contrasto con il diritto dell’Unione. Solo pochi giorni fa, da ultimo, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da 22 imprese balneari di Rimini contro la sentenza del 2021, ribadendo che chi non era parte di quel giudizio non può contestarlo a posteriori. Una decisione che riduce gli spazi per nuovi contenziosi.
L’esecutivo nel frattempo si è risolto a cedere, non prima di aver rocambolescamente e senza successo tentato di dimostrare attraverso una mappatura “truccata” (nel novero delle coste ha inserito pure zone rocciose, aree industriali, porte e aeroporti) che i litorali italiani non sono risorsa scarsa e quindi non sono soggetti alla Bolkestein. Per trovare una mediazione con Bruxelles, nel settembre 2024 ha infine approvato una riforma che, pur prolungando le concessioni fino al 30 settembre 2027, obbliga in parallelo ad avviare i bandi di gara entro il prossimo giugno. Deadline che potrà spostarsi al 31 marzo 2028 solo in caso di contenziosi o difficoltà oggettive. Per gli uscenti sono previsti indennizzi pari agli investimenti fatti negli ultimi cinque anni e non ancora ammortizzati. Uno smacco su tutta la linea per le organizzazioni di categoria, che chiedevano di ricevere l’equivalente dell’intero valore aziendale.
Ma il tentativo compromesso si è rivelato debolissimo. La Commissione europea ha contestato il sistema degli indennizzi, incompatibile con il diritto Ue perché rischia di scoraggiare i nuovi entranti o favorire solo i soggetti con maggiore forza finanziaria, esattamente l’esito paventato da anni dalla categoria che teme l’assalto dei fondi di investimento stranieri. Dal canto suo anche il Consiglio di Stato, in un parere firmato dal presidente della sezione consultiva per gli atti normativi Luciano Barra Caracciolo, ha rilevato l’incompatibilità con la Bolkestein: abbastanza da determinare una disapplicazione immediata in sede amministrativa. Una soluzione non è ancora stata trovata: le bozze di decreto interministeriale sugli indennizzi sono state bocciate e la versione definitiva mai adottata.
Idem per il bando tipo che Matteo Salvini aveva annunciato “entro fine marzo” e che entro metà aprile avrebbe dovuto essere inviato per un parere alla Conferenza unificata in cui siedono Stato ed enti locali. Ne è circolata una bozza che prevedeva tra l’altro concessioni di durata tra i 5 e i 20 anni, un peso del 90% ai fini dell’aggiudicazione assegnato all’offerta tecnica e solo il 10% a quella economica, indennizzi come da precedente decreto. Poi il silenzio, lamentano i balneari. Il risultato è lo stallo. Molti sindaci hanno scelto la prudenza, rinviando i bandi nel timore di ricorsi e responsabilità amministrative. Dove le gare sono partite, il contenzioso ha spesso rallentato tutto. Intanto non mancano i titolari di stabilimenti che continuano a cercare scappatoie: in Versilia, per dire, un gruppo di stabilimenti si è messo in testa di far causa civile a Comune, Regione e Demanio. E a Lecce l’amministrazione di centrodestra vuole trasformare il Comune in un caso nazionale sostenendo che la risorsa spiaggia nella zona è abbondante (l’alibi esplorato anche dal governo a livello nazionale nel 2023). Ergo le gare non servono.