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 2026  maggio 26 Martedì calendario

Così l’economia di Teheran sprofonda

Nell’oceano di dichiarazioni contraddittorie, sconclusionate o deliranti da parte del presidente americano Donald Trump sulla guerra all’Iran, e soprattutto di minacce più o meno brutali, più o meno esplicite, ce n’è solo una che si è riempita di dolorose – per gli iraniani che vivono nel Paese – dosi di realtà concreta: il collasso (indotto), o forse dovremmo dire la detonazione dell’economia iraniana. Trump aveva persino annunciato di volerla distruggere, di voler prendere di mira siti industriali, aziende, fabbriche, ponti, infrastrutture civili di vario tipo: ignaro o incurante dell’art. 52 del protocollo aggiuntivo del 1977 della Convenzione di Ginevra, che vieta ad esempio di colpire impianti di produzione, ha mantenuto la parola, ed in modo quasi inedito una certa coerenza.
Non basterebbe forse un’immagine per descrivere la realtà quotidiana con cui fa i conti l’Iran, ma ne esistono molte eloquenti: a marzo scorso, ad esempio, la Banca centrale iraniana ha messo in circolazione la banconota di taglio più alto di tutti i tempi, dieci milioni di rial, dal valore di poco più di 5 euro. In giorni in cui ci si chiede se credere o meno agli annunci americani circa un possibile nuovo “accordo negoziato” tra l’Iran e gli Stati Uniti – che secondo i rumors sui suoi dettagli sancirebbe una volta di più il sostanziale fallimento strategico americano, nonché lo speculare successo iraniano, con l’ottenimento in ogni caso di un nuovo strumento di deterrenza e di leva negoziale nello Stretto di Hormuz -, gli iraniani attraversano il momento di gran lunga più difficile degli ultimi cinquant’anni.
Sotto la morsa delle sanzioni, in Iran negli ultimi dieci anni il reddito pro capite si era già quasi dimezzato, arrivando a circa 4mila euro annui, l’iperinflazione era ormai una costante ed il valore del rial era crollato fino a circa un milione e mezzo per dollaro alla vigilia della fase della guerra contro Israele e Stati Uniti, dello scorso giugno 2025. Tuttavia gli ultimi mesi di guerra, e le decine di migliaia di bombardamenti congiunti israelo-americani, hanno provocato danni enormi, diretti ed indiretti, la cui entità è difficile descrivere in modo completo, e soprattutto le cui conseguenze appaiono vicine all’irreparabile.
Le autorità iraniane, ma anche diversi esperti internazionali, calcolano tra i 200 ed i 270 miliardi di dollari solo i danni materiali provocati dagli strikes. Si tratta di oltre la metà del Pil iraniano, che già era andato contraendosi negli ultimi anni, e che secondo il Fondo Monetario Internazionale si contrarrà di un altro 6% nel 2026. Forse anche per questo motivo l’Iran non si è limitato a chiedere formalmente – cioè nella consapevolezza di un rifiuto – agli Stati Uniti il pagamento di riparazioni di guerra ma si è anche rivolta ufficialmente all’Unido (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale) in merito.
Secondo EcoIran, sono almeno 23mila i siti industriali o le attività commerciali ad essere state colpite, con una conseguente perdita diretta di oltre un milione di posti di lavoro, come confermato dal vicepresidente del Lavoro e della Sicurezza Sociale, Gholamossein Mohammadi. A cui aggiungere – secondo il quotidiano Etemad – un altro milione di disoccupati indiretti. In totale, alcuni sindacati parlano di non meno di 4 milioni di posti di lavoro persi, mentre l’Undp avverte che altre 4 milioni di persone potrebbero piombare in stato di povertà.
I raid aerei israeliani in particolare, colpendo i principali complessi petrolchimici del paese, o acciaierie come la Mobarakeh o la Khuzestan, hanno costretto a rimanere a casa decine di migliaia di lavoratori, spesso privi di ammortizzatori o garanzie salariali, ma sono soprattutto le ricadute indirette a risultare devastanti, su aziende e piccole media imprese, spesso private delle materie prime. La Maral Sanat, produttrice di rimorchiatori e basata ad Urmia, capoluogo della regione dell’Azerbaijan occidentale, avrebbe, secondo media locali citati dalla Cnn, lasciato 1500 lavoratori a casa per mancanza di acciaio; la Borujerd, tra le più grandi aziende tessili del Paese, altri 700; persino Digikala, la più grande compagnia di E-commerce dell’Iran, ha tagliato posti di lavoro e ridimensionato dipartimenti. Sarebbero almeno 147 mila le persone che negli ultimi due mesi hanno richiesto assegni di disoccupazione, circa il triplo del 2025.
Se i numeri sulla disoccupazione appaiono sconcertanti, quelli sull’inflazione sfiorano l’irrealtà: i dati ufficiali mostrano un aumento del 174% del prezzo del riso, e del 375% degli olii edibili. Secondo quanto riportato dall’agenzia Ilna, un pasto a base di pollo per una famiglia di quattro persone, escludendo riso, pane e contorni, è arrivato a costare dieci milioni di rial, che è più della paga giornaliera di un operaio. Un pacco di uova cinque milioni di rial. Persino il costo delle buste in plastica del supermercato è quasi quadruplicato, anche in questo caso come conseguenza diretta dei bombardamenti sugli impianti petrolchimici.
Per Teheran, la situazione risulta per certi versi paradossale: sembra essere in grado, da un punto di vista strategico e militare – e potendo imporre costi al mondo intero – di reggere una eventuale e mai escludibile ripresa del conflitto ma uno sviluppo simile, nelle attuali condizioni e premesse, alimenterebbe a ritmi forse insostenibili il crollo economico. Secondo il Middle East Institute, ogni mese di guerra ai ritmi visti negli scorsi, porterebbe l’Iran indietro di cinque anni dal punto di vista economico.
L’Iran, al cospetto di nuovi attacchi americani, può resistere militarmente per molto tempo – d’altronde persino l’Ucraina, al netto degli aiuti ricevuti, ha continuato a combattere contro le truppe russe, sebbene la sua economia si fosse contratta già del 30% – ma rischia di veder compromessa nel medio periodo, o gravemente danneggiata, la propria identità industriale, la propria capacità produttiva, non solo dei grandi gruppi industriali ma anche dei piccoli produttori; e se è vero che ha ottenuto da Trump una insperata ed inedita leva nella possibilità di effettuare rappresaglie nello Stretto di Hormuz, bloccando il 20% del commercio di gas e petrolio, è altrettanto vero che il “blocco del blocco” (illegale) stabilito da Washington sta mettendo in pericolo oltre l’80% del commercio iraniano con l’estero.