Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 26 Martedì calendario

Intervista a Luca Formenton

Tra i libri, le foto e le litografie dello studio di Luca Formenton c’è anche una piccola bicicletta bianca. Ha il sellino color crema e una ruota un po’ storta. Formenton racconta di averla trovata tempo fa abbandonata tra i rifiuti, vicino alla redazione del Saggiatore, la casa editrice che guida da più di trent’anni. «Mi sembrava carina, l’ho portata qui e qui è rimasta», dice alla sua scrivania. Quella bici racconta bene della sua «educazione weberiana» – così la chiama Formenton – fatta di diffidenza verso gli sprechi e verso il lusso, che ora riaffiora anche nella sua Storia di mio nonno e altri libri, il cahier pubblicato da Henry Beyle con la consueta sobrietà tipografica. Il “nonno” del titolo è, naturalmente, Arnoldo Mondadori: il fondatore della più grande casa editrice italiana, “l’incantabiss”, l’incantatore di serpenti, come lo chiamavano i suoi conterranei di Ostiglia, nel Mantovano.
Da dove nasceva quell’incanto?
«Dal suo magnetismo. Aveva un modo ineguagliabile di mettersi in scena: l’attitudine lievemente gigionesca era mitigata da un senso della misura che non lo abbandonava mai, persino quando si concedeva delle rarissime tentazioni».
Ad esempio?
«Verso la fine della sua vita, decise di acquistare una Rolls-Royce. Ebbene, la prima cosa che fece fu svitare la statuetta della Vittoria alata, tipica di quel modello, sostituendola con la “B” della Bentley. Il che era piuttosto ridicolo, visto che quell’auto era immediatamente riconoscibile».
In questo, era assai distante dal suo grande antagonista, Angelo Rizzoli.
«Che lui chiamava solo “R”. A casa era vietato acquistare riviste della concorrenza. Del resto, lui stesso, ogni mattina, mandava il suo fido Eliseo, in livrea, a prendere in prestito dalla edicola i giornali del rivale per poter contare le pagine della pubblicità, salvo poi restituirli».

Nel libro descrive suo nonno Arnoldo come autorevole, ma giocoso.
«Trovava sempre un momento per leggere i romanzi popolari con il bandito Fantômas e l’ispettore Juve, il poliziotto che gli dava la caccia. E poi passava i fascicoli già letti a quel nipote, io, che era nato, così diceva lui, “col sedere nella marmellata"».

In quelle stesse pagine, lei racconta di essere stato a lungo «preda del senso di colpa per le sue condizioni di privilegio».
«Al ginnasio, la professoressa di latino, una donna glaciale e autoritaria, mi incalzava: “Formenton, si vergogni! Con tutti i soldi che ha dovrebbe studiare come i suoi compagni poveri che si impegnano molto di più!”. Per anni, il suo testone ha animato i miei sogni senza tregua».
Fare l’editore fu una scelta immediata?
«No. Avrei voluto insegnare letteratura americana. Finché dopo la laurea, alla fine degli anni ’70, Aurelio Pino, il signore che tuttora lavora in una di queste stanze, mi disse: “Senti, già i tuoi cugini si occupano d’altro, non vorrai fare anche tu una fuga alla Klaus Mann?"».
In quella sua scelta ha pesato anche il bisogno di giustificare quel vecchio privilegio?
«Forse. Mi ci sta facendo pensare adesso. Certo è che l’inizio non fu facile. Mio nonno era “l’editore”; mio padre, Mario Formenton, entrato in famiglia sposando mia madre Cristina, aveva raccolto quell’eredità, imprimendo una svolta produttiva ed editoriale di successo; mio zio Alberto aveva fondato il Saggiatore».
Il suo primo incarico?
«Aiuto ufficio stampa: scrivevo lettere di ringraziamento a un professore, un certo Angelo Pupino. L’avvocato Maria Laura Boselli, allora presidente del Saggiatore, me le faceva riscrivere continuamente, perché diceva che non andavano bene. Poi passai in redazione. Ricordo ancora le trasferte a Firenze per le chiusure dei libri, con le ultime bozze e il “visto si stampi"».
Quanto conta la fisicità in questo mestiere?
«Moltissimo. Qualche giorno fa sono andato negli ex stabilimenti grafici di Verona, di cui mio padre è stato direttore per dieci anni. Due piani di settantamila metri quadrati, oggi abbandonati e presidiati ancora da macchine da stampa alte quattro piani. E mi sono commosso ricordando ciò che papà mi diceva: “Vado in stabilimento, è lì la vera vita"».
Di questa storia familiare qual è l’eredità che oggi sente più presente?
«La convinzione che “l’azienda” – come la chiamava il nonno – sia più importante di chi la fa andare avanti. E questo è un rovello che mi accompagna da qualche tempo: avendo 73 anni e non 30, e soprattutto non avendo eredi diretti che se ne occupano».
Si parla da tempo di un possibile ingresso di Feltrinelli nel Saggiatore.
«A breve ci sarà qualche novità. Certo è che nel contesto attuale, la collaborazione con un grande gruppo diventa fondamentale».
Non suona come una smentita.
«Continuerò comunque a detenere la maggioranza, e chi entrerà condividerà la nostra stessa sensibilità. In editoria, forse più che altrove, conta riuscire a trasmettere un’idea plurale e democratica. Lo si fa attraverso i libri, ma prima ancora nel modo in cui si lavora ogni giorno: nel rispetto reciproco e nella capacità di condividere davvero un progetto comune. Può sembrare una banalità, ma non lo è: i libri finiscono sempre per assorbire il modo in cui vengono fatti, anche fisicamente».
Questo rapporto rischia di smarrirsi con l’avvento dell’intelligenza artificiale?
«No. Più che preoccuparmi, le innovazioni mi hanno sempre incuriosito. Per anni, il mio motto è stata la frase di Verdi: “Torniamo all’antico e sarà un progresso”. Ne resto ancora convinto, e in questo la tecnologia può aiutarci a custodire ciò che conta».
In che modo?
«Per esempio con le nuove tecniche di stampa: la cosiddetta print on demand permette stampe di alta qualità in poche copie di libri destinati a una nicchia. Con le tecnologie di un tempo era impensabile, oggi invece l’innovazione consente scelte più coraggiose».
Sembra ottimista.
«Quando, mezzo secolo fa, chiedevano a mio nonno della crisi del libro, rispondeva sempre: esiste da quando esiste il libro. Serve buttarsela dietro le spalle e andare avanti con curiosità e responsabilità».