La Stampa, 26 maggio 2026
In aula per corruzione e frode. L’altro fronte di Netanyahu
Sei anni fa, era il 24 maggio del 2020, iniziava il primo processo a un premier israeliano in carica: Benjamin Netanyahu. L’accusa stima che servano ancora 4–5 giorni per chiudere la testimonianza, non fosse per la difesa che oppone un’agenda sempre più frenetica, interrotta da rinvii, richieste di abbreviazioni delle udienze, bigliettini top secret recapitati in aula e improvvise sospensioni per motivi di «sicurezza», «crisi regionali» e «impegni di governo». Ieri il primo ministro si è presentato in aula come altre 80 volte a partire dal 10 dicembre 2024, data del primo interrogatorio. Ma se ne è andato con due ore di anticipo: «Questioni diplomatiche».
Tre i dossier: il Caso 1000 con l’accusa di aver ricevuto per anni regali di lusso (sigari e champagne) per un valore di circa 200 mila dollari da parte di uomini d’affari tra cui il produttore Arnon Milchan in cambio di favori politici, visti e agevolazioni fiscali; il Caso 4000 – il più grave – riguarda i capi d’accusa di corruzione, frode e abuso di fiducia per aver favorito gli interessi del magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch in cambio di una campagna mediatica compiacente nei confronti suoi e di sua moglie Sarah; il Caso 2000 – quello per cui era in aula ieri – su presunti accordi illeciti con Arnon Mozes, editore del quotidiano Yediot Aharonot. Bibi avrebbe offerto di promuovere leggi per indebolire il giornale rivale Israel Hayom in cambio di una copertura mediatica favorevole. Netanyahu nega ogni accusa e parla di persecuzione politica. Ha ben altri grattacapi di cui occuparsi, è solito rimarcare. Quelli politici, in primis. Ma anche grandi e piccoli problemi di salute. Bibi, 76 anni, è stato ricoverato ieri per un «trattamento odontoiatrico», ha comunicato il suo ufficio. Nel contesto di una serie recente di interventi medici – pacemaker, ernie e un cancro alla prostata – si riaccendono le polemiche sulla trasparenza delle sue condizioni di salute.