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 2026  maggio 26 Martedì calendario

Intervista a Cristiana Dell’Anna

Rigore e passione, Cristiana Dell’Anna è una secchiona molto simpatica: negli ultimi mesi si è divisa tra Italia e America, esploratrice felice. «Dopo il film Cabrini, uscito negli Stati Uniti, per un periodo mi sono trasferita a Los Angeles». Napoletana, 40 anni, l’attrice lanciata da Un posto al sole, diventata popolare con il ruolo di Patrizia in Gomorra, adottata dalla tv (Rocco Chinnici, In punta di piedi), interprete di due film importanti – È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e Qui rido io di Mario Martone – ha conquistato il pubblico mondiale con A taste for murder, su BritBox. Dal 10 giugno arriverà su Netflix Storia della mia famiglia 2, la serie di Claudio Cupellini e Marco Danieli con Vanessa Scalera, Massimiliano Caiazzo, Eduardo Scarpetta, new entry Sergio Castellitto. Ha girato il biopic su Gigi D’Alessio Solo se canti tu, di Luca Miniero, in cui ha il ruolo della mamma del cantante.
Legata alle radici, ma grande viaggiatrice.
«Da sempre. Napoli resta il mio amore, ma bisogna allargare lo sguardo».
La parentesi americana dopo “Cabrini”?
«Il film è andato benissimo, peccato per la distribuzione. L’America è dura, un oceano pieno di squali: devi tuffarti e vincere la paura. Se resti a casa non succede niente. È un Paese che offre opportunità, cerca idee nuove. Poi, certo, ci sono anche le brutture. Ma se dai tanto, ti restituisce».
Guardi il successo di Francesco De Carlo, che è approdato al “Tonight Show” di Jimmy Fallon.
«Lui è la prova che se investi bene, l’America ti ripaga. Bisogna rischiare e mettercela tutta».
A Los Angeles ha avuto come complice suo marito Emanuele Scamardella. Dicono tutti: “Una storia d’amore da film”. Racconti.
«Ci siamo conosciuti prima di una partita del Napoli, otto anni fa. Siamo andati a mangiare una pizza con amici e siamo rimasti in contatto. A Natale dovevo andare negli Stati Uniti, lui in Iran. Mi ha chiesto: “Perché non mi raggiungi e visitiamo insieme Persepoli?”. Il 2 gennaio ero lì. L’ho sposato a settembre.
Era proiettato verso la carriera diplomatica, ha lavorato come Communication project manager per l’Università di Siena».
Ma ha cambiato orizzonte.
«Ha fatto un salto e ha fondato una casa di produzione, la N41 studios (prende il nome dal 41° parallelo che unisce idealmente Napoli a New York, ndr). Del mestiere che faccio amo tutto, quello che succede davanti alla macchina da presa e dietro. E la scrittura, ho sempre scritto. Chi nasce tondo non muore quadrato».
Ha trovato il suo equilibrio?
«Con Emanuele ho coronato un sogno. Abbiamo una casa in Toscana, con un bel terreno, tre cani. Sto bene».

Quando ha deciso che avrebbe fatto l’attrice?
«Da ragazzina. Dopo aver visto Titanic, folgorata da Kate Winslet: il mio modello di attrice è lei, una donna vera. Ha un talento incredibile, rappresenta le donne per come sono».
La sua famiglia?
«Inizialmente era contraria, fare l’attrice non era visto come un mestiere sicuro. Papà è medico, ci teneva che seguissi le sue orme – mi ero anche iscritta a Medicina, poi ho lasciato – mamma insegnante. Sono bilingue, ho imparato l’inglese subito e a vent’anni sono partita per Londra. Fui ammessa a frequentare un corso su William Shakespeare».
Che periodo è stato?
«Le difficoltà ti mettono alla prova, ho faticato, lavoravo, studiavo ma ho imparato tanto».
Torna e gira “Un posto al sole”, con ruolo doppio: le gemelle Cirillo.
«Grande scuola, il set era una famiglia».
E dopo il successo di “Gomorra”?
«Per tutti ero Patrizia, il personaggio è rimasto impresso. Dopo, camorrista o avvocata... Ci sono talmente tante sfumature, tante donne da raccontare. Quando Mario Martone mi ha offerto di interpretare Luisa De Filippo sono saltata dalla sedia per la felicità, la madre dei fratelli De Filippo. Un onore. Gli autori guardano oltre, il pubblico è saggio, l’industria tende a classificare».
Ha detto tanti no?
«Ne ho detti e ricevuto tanti, ho rifiutato progetti che potevano darmi la sicurezza economica, ci sono le bollette da pagare. La strategia è stata scegliere storie di valore. Non ho scelto di recitare per diventare famosa. Tutto conta, ma avevo in testa un percorso».
Quale?
«Raccontare le donne in tutte le loro sfumature. Mi dispiace che non si rappresenti l’universo femminile nella sua complessità. C’è il tabù dell’età, dopo i 40 anni i ruoli spariscono. Non è giusto. Ora sto scrivendo una sceneggiatura».
Il rapporto con l’aspetto fisico?
«Ci chiedono sempre di essere belle, io quella cosa la toglievo di mezzo, forse facendomi un danno. Sono sempre stata un po’ dura».
Per difesa?
«Forse per rafforzare l’idea che chi voleva lavorare con me trovava un’attrice formata, seria, che faceva le cose in un certo modo».
“Storia della mia famiglia”, di cui arriva la seconda stagione, ha conquistato il pubblico. Perché secondo lei?
«Tratta sentimenti universali, ognuno può riconoscersi e ognuno, nei personaggi, ritrova qualcosa di sé, delle proprie emozioni».
Com’è stata l’esperienza della serie “A taste for murder”?
«Molto interessante. La serie, girata a Capri, intreccia le indagini alla tradizione culinaria italiana, ogni caso una ricetta. È insieme crime e family drama. Sono una poliziotta che aiuta un detective inglese, interpretato da Warren Brown. E c’è Phyllis Logan, attrice fantastica di Downton Abbey. Mi piace recitare in inglese, si impara sempre».