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 2026  maggio 26 Martedì calendario

Intervista a Tedua (Mario Molinari)

Per il 24 giugno San Siro è quasi sold out.
«E qualcuno si domanderà “Perché uno scappato di casa come Tedua e non altri”? È una questione di energia carismatica, di saper far emozionare le persone, esattamente come in qualsiasi lavoro d’ufficio. Gino Paoli diceva che non è una questione di sapere o non saper cantare, ma di verità».
Le sue verità Tedua, vero nome Mario Molinari, le racconta in «Ryan Ted», mixtape disponibile da venerdì scorso. Il titolo richiama la trilogia di «Orange County» con cui si fece notare al debutto: lì si raccontava attraverso un alter ego ispirato a Ryan Atwood, il protagonista della serie The O.C., ragazzo difficile adottato da una famiglia ricca.
Nostalgia di Ryan Ted?
«Non è ritorno alle origini. La riassumo così: dieci anni da Orange County, stiamo solo festeggiando. Nessun pentimento, ma un’evoluzione per mettersi in gioco in modo spontaneo. Ho venduto il telefilm della mia storia, come Eminem e Kanye West, con canzoni che parlano della mia vita ma in cui ognuno può rivedere la sua».
«Dalle case in affido... riempirò S. Siro» dice in «Chiuniri»: autobiografia più che fiction...
«Mio padre l’ho conosciuto solo tre anni fa, ma di mamme ne ho avute tre. Elena, quella vera: impeccabile, donna incredibile. Abbiamo vissuto al Villaggio della madre e del fanciullo a Milano, quindi sono andato in una famiglia affidataria, ma pare non ci volessi stare e la babysitter, Elena anche lei, mi ha tenuto dai 5 ai 13 anni. Fino ai 20 di nuovo a Genova con mamma che, in mezzo a quel periodo, ha avuto problemi di salute e si è lasciata con il compagno: a casa non c’era l’acqua calda, il frigo era sempre vuoto... Paola, mamma di un amico, mi disse che mi avrebbe aiutato con le spese per fare rap se avessi ripreso la scuola. Ho passato due anni con loro (e il grazie è in “Lettera a Tedua,” ndr) anche se poi l’alberghiero non l’ho finito e sono tornato a Milano, in una casa popolare con Rkomi».
Famiglia è...?
«Sentirsi a casa. Una sensazione che senti nel petto e non saprei andare oltre».
«La Divina Commedia» è stato nella top5 del 2023 e del 2024. Il feat con Annalisa le è costato critiche dai puristi...
«Se un artista si forza a fare musica nazionalpopolare lo percepisci. Io avevo quel potenziale sin dagli inizi. È facile fare l’antagonista del mainstream, io invece credo sia superficiale reputare superficiale ciò che pensi che lo sia. Mi sono messo in gioco per parlare a una fascia di società più larga, quella che guarda anche la tv».
Racconta il suo conflitto interiore, ma in «Rap leggenda» il conflitto diventa «la forbice sociale che si allarga»
«Stanno distruggendo la classe medio bassa: avremo strade ancora più pericolose perché se tutto ci arriva a casa con Amazon ed Esselunghe varie non ci saranno più le piccole imprese che portano la gente a vivere le periferie. Oggi è difficile fare una rivoluzione culturale. Viviamo in una società pressapochista: tutto quello che dici viene estrapolato e decontestualizzato da reel e TikTok e così i rapper si rifugiano nell’intrattenimento. Le mie rivoluzioni partono dall’intelligenza emotiva. Cito ancora Paoli: mi diceva che le canzoni devono dare un calcio in culo alle coscienze».
La musica oggi evita la politica, ma la politica entra nelle canzoni. Che ne pensa del boicottaggio contro Israele ad Eurovision?
«Mi bombardo di informazioni e mi piace la geopolitica, ma il boicottaggio è sbagliato. Cantanti e sportivi, a meno che non facciano ammissioni omofobe o razziste, non dovrebbero essere coinvolti».
Kanye West antisemita?
«È bipolare e, per esperienza familiare, non si può immaginare cosa possano fare certe persone. La maglietta con la svastica è stata un’idiozia folle, ha mancato di rispetto alla Shoah ma fino a che non si candida va bene. Trovo più grave ascoltare “I Believe I Can Fly” e pensare che R Kelly abbia stuprato una minore».
Prima del rap la boxe...
«Ho imparato ad autodifendermi senza usare violenza in modo violento, ma senza l’ipocrisia di chi la ripudia e poi non sa difendere i propri cuccioli».
In «Rap leggenda» spunta un coltello... Cronaca?
«Sono cresciuto in mezzo alle risse e me la sono sempre cavata con la parola. Alle medie ho visto sprangate e coltelli e ho sempre cercato di far riflettere le persone. I casi di cronaca oggi sono enfatizzati dai cellulari e dal fatto che siccome la violenza è il rifugio di quelli a cui manca qualcosa sono sempre i figli di seconda generazione ad essere rappresentati in quel modo».