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 2026  maggio 26 Martedì calendario

Andrée Ruth Shammah riflette sul teatro e su Milano

Il Parenti, la cultura del rispetto, la fabbrica del sogno, l’elogio delle diversità: per una vita Andrée Ruth Shammah è stata regista e interprete di un teatro che non è solo teatro, si è identificato con la città, ha dato voce a dubbi, dissensi, contraddizioni, cercando di mettere insieme le differenze, immaginare il futuro, fare memoria. Poi la narrazione è cambiata e «la Shammah», come la chiamano tutti, fronteggia da mesi l’ombra insidiosa della Rete, con gli odiatori seriali, i pro-Pal e l’accusa di essere troppo sbilanciata su Israele.
Se concede il palco alla premier Meloni viene messa sul conto della Destra. Se è indicata dal ministro Giuli per la Triennale l’accusano di brigare per la nomina a presidente. «Che cosa c’entra la Destra? Un teatro si giudica dalla sua programmazione», dice. «Vivo per il mio teatro e per la sua continuità, ma invece di discutere di cultura oggi ci si divide in schieramenti». Il Parenti riflette una storia lontana nata all’insegna di un’orgogliosa solitudine: ha dato un palco agli attori di talento e ai randagi della cultura, ha dato voce a minoranze e maggioranze, agli spiriti del mondo e ai senza parrocchia delle periferie. «Abbiamo un pubblico che ci stima, ci segue e ci vuole bene. Ma oggi fa male l’atteggiamento giudicante e punitivo di chi non si mette mai in discussione. Non condivido la linea di questa Sinistra: c’è un clima che si sta avvelenando in tutto il Paese. Milano non può essere questa...».
Sta cambiando Milano o sta cambiando lei, Andrée Shammah?
«Io non sono cambiata, mi domando però se nella città che amo esista ancora la vocazione al dialogo, a cercare le ragioni degli altri».
È un invito ad andare controcorrente?
«Vorrei che dalla cultura partisse un segnale, che Milano si assumesse una responsabilità, riuscisse a dare un contributo alla pacificazione invece di dire: o con me o contro di me…».
C’è uno spaesamento legato al suo nome e al suo essere ebrea?
«Per dire quello che penso ho perso qualche invito. Ma non mi sento vittima, esprimo un sentimento di disagio. Credo nella cultura che abbraccia e mette insieme, invece vedo crescere intolleranza e antisemitismo. Come si fa a scrivere parole indicibili come quelle che leggiamo troppo spesso contro Liliana Segre, o sui nostri muri?».
Nella sua storia ci sono battaglie vinte e perdute, ferite, cicatrici, applausi e gelosie. È vero che da un po’ di tempo si sente più sola?
«Sì, a volte mi sento sola. È una solitudine diversa da quella degli inizi e talvolta faccio fatica a convivere con questo nuovo sentimento creato dalla mancanza di confronto. Non sono una super woman. A 78 anni ci può essere una fragilità che si lega anche alle assenze, a chi ti manca».
Con lei 50 anni fa c’erano due giganti della scrittura e della scena, un dissacratore come Giovanni Testori e un teatrante geniale come Franco Parenti: uno cattolico, l’altro comunista. Insieme avete creato un teatro capace di sorprendere, scandalizzare e far pensare alle ingiustizie del mondo. Sarebbe ancora possibile oggi?
«Quell’avventura era mossa da una disperata vitalità. ‘Siete pazzi” ci dicevano. Bisognava davvero esserlo per rischiare, da soli, un’avventura di tali orizzonti. Milano allora ha fatto da raccordo, c’è stata una fusione di identità diverse, di tante differenze. Il teatro è questo: mette insieme. Sono cresciuta dentro questa amalgama: nella vitalità culturale creata dai contrasti».
Oggi i contrasti dividono perché i sommersi e i salvati hanno pesi diversi.
«In teatro si esercita il dubbio: tutto è possibile se c’è la volontà di capire le ragioni dell’altro. Non mi pare l’aria che si respira oggi».
Il Parenti rimanda al suo spirito antico, ma Milano parla d’altro: Olimpiadi, San Siro, grattacieli...
«È tempo di interrogare la città dietro la maschera dei grandi eventi. Milano deve ritrovare la sua anima, riconoscere il valore della memoria, fare cultura esercitando il dubbio...».
Invece…
«Manca una narrazione che tenga conto del nuovo tessuto sociale. Davanti a noi ci sono giovani e anziani in difficoltà, minoranze escluse, c’è smarrimento, disagio sociale, mancanza di spiriti guida. L’innovazione non può ignorare tutto questo».
Siamo in balìa dei social e gli spiriti guida sono stati sostituiti dagli influencer.
«Manca empatia e solidarietà con i fragili che abbiamo intorno. Dovremmo ricordarci di quanta gente fatica ad arrivare alla fine del mese: questo ci aiuterebbe a guardare avanti, a non ripiegarci su noi stessi. Accecati da egoismi e divisioni non vediamo più chi arriva a raccogliere i resti di un mercato che sbaracca».
Che cosa può fare il teatro?
«Dare voce: con l’arte, la cultura, la bellezza. Ci sono nuove voci nelle periferie delle città. Io credo in un teatro dove ci si confronta e si impara a dire che possono aver ragione persone con idee diverse dalle mie. Ma si paga un prezzo per questa apertura».
Il 28 maggio il Parenti dedica un lungo weekend a Ornella Vanoni. Una che non aveva paura a esporsi. Con lei c’è una lunga storia di amicizia e complicità.
«Ornella era affezionata al Parenti, le piaceva la non convenzionalità di questo teatro. Siamo cresciute abbracciate alla stessa Milano, a quella città aperta e visionaria che ci ha permesso di diventare quel che siamo diventate. Mi diceva: non so se sono d’accordo con te, ma so che terrò conto di quel che mi hai detto».
Andree Shammah alla Triennale. Candidata dal ministro. Secondo una maldicenza, senza il veto del sindaco Sala lei avrebbe accettato la nomina. È così?
«Se esiste la maldicenza, vorrei che ci fosse anche la bendicenza. In un Paese dove tutto si muove per appartenenze può accadere che qualcuno faccia il tuo nome riconoscendo quel che hai fatto o quel che sei. No?».
Dispiaciuta per come si è espresso il sindaco?
«La mia vita è il Parenti, non la Triennale. In passato ho detto no ad incarichi pubblici anche più prestigiosi».
Qualcuno in particolare?
«La direzione del Piccolo Teatro. Alla scadenza dell’allora direttore la nomina mi era stata proposta dall’assessore alla Cultura e dal sindaco di Milano».
Non deve essere stato facile dire di no.
«Ho detto: se mi stimate, aiutatemi qui. Dirigo un teatro dove ogni giorno si deve lottare e c’è gente che lo fa con me. Il Parenti è un bene che resterà alla città, anche dopo la Shammah».
È stato capito tutto questo?
«Dal nostro pubblico penso proprio di sì. Il teatro è fatica ripagata: dal consenso, dal fermento creativo, dalla capacità di superare ogni barriera... Milano dovrebbe tradurre la sua riserva di memoria in una nuova cultura, trovare strumenti di pacificazione. Il filosofo Recalcati mi ha mandato un messaggio: sono pronto a mettermi in gioco per questo».
C’è un mondo immerso nella paura. E la paura tronca il dialogo, rinnega le radici.
«Al Parenti ci sono radici e c’è un orizzonte. Lasciamo le porte aperte a tutti quelli che hanno un’idea, un progetto, un sogno, una voce da estendere alla città. Cerchiamo di evitare il pensiero unico».
Bussate forte alla sua porta e lei vi aprirà, faceva dire al maestro lo scrittore Testori nei «Promessi sposi alla prova»...
«Una voce chiedeva “Lei chi?”. E il maestro rispondeva: “La speranza”. La speranza crea miracoli e io spero con convinzione e con forza che si possa rimettere al centro l’umanità, contro ogni imbarbarimento e contro ogni attacco alle libertà».