Corriere della Sera, 26 maggio 2026
Hormuz, intesa ancora lontana. I mediatori iraniani in Qatar
La «guerra della tregua». Così la chiamano con rassegnazione gli israeliani al nord, quelli che son rimasti, sottoposti agli attacchi costanti dei paramilitari di Hezbollah. Vale per i libanesi nel sud del Paese, quelli che son rimasti: l’aviazione di Tsahal bombarda a ritmo incessante. Vale per i palestinesi a Gaza, che devono rimanere: nelle ultime 24 ore l’esercito ha ucciso cinque persone, compresa una bambina di sei anni, i morti totali dell’offensiva ordinata dopo i massacri del 7 ottobre nel sud di Israele hanno superato i 72 mila.
L’unico cessate il fuoco che riesce a mantenere l’attenzione ondivaga di Donald Trump è quello con l’Iran, anche perché in gran parte dipende dalle sue decisioni dirette. Il presidente americano ha ammesso di non avere fretta – «voglio un accordo grandioso, altrimenti niente» – e con il tempo che si concede allarga l’orizzonte diplomatico rischiando di perdere di vista i dettagli essenziali per raggiungere un patto con il regime islamico. Via Truth – il social media di sua proprietà che usa come un megafono globale – ha ordinato ai Paesi del Golfo di aderire agli accordi Abramo, se dovesse esserci la firma con Teheran: «Lo considero obbligatorio. Vale subito per l’Arabia Saudita e il Qatar. A seguire il Pakistan, la Turchia, l’Egitto e la Giordania». Sembra ritenere i «suoi» accordi – li ha promossi nel 2020, sono già stati sottoscritti dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein, tra gli altri – superiori alle intese di pace siglate dagli egiziani e dai giordani, le prime nazioni arabe a normalizzare i rapporti con Israele. Il leader vagheggia pure di una partecipazione dell’Iran: «Sarebbe un onore averli in questa coalizione mondiale senza paralleli».
Il problema per lui è che i sauditi hanno più volte ribadito – e di nuovo ieri all’emittente Cnn – che qualunque passaggio verso il riconoscimento dello Stato ebraico (con annesse normali relazioni diplomatiche) deve essere preceduto dalla creazione di «un percorso irreversibile verso la nascita di uno Stato palestinese». L’attuale coalizione al potere a Gerusalemme ha compiuto in questi quattro anni solo passi nella direzione opposta, dalle misure per l’annessione della Cisgiordania, all’ampliamento delle colonie, al progetto di ricostruirle a Gaza, dove l’esercito occupa ancora il 60 per cento dei 361 chilometri quadrati. Anche i principali oppositori di Netanyahu – e secondo i sondaggi gli unici che potrebbero sbalzarlo dal vertice – non considerano «la soluzione dei due Stati una priorità» come ha spiegato ieri Yair Lapid in un incontro con i media internazionali: «Ne ho parlato con Naftali Bennett e posso dire che non fa parte dei nostri programmi. Dopo gli eccidi del 7 ottobre, uno Stato palestinese non nascerà nei prossimi anni. Ma se saremo al governo, ci asterremo da mosse unilaterali che possano impedirne la creazione in futuro». Lapid avverte anche che «questo non sarà l’ultimo scontro con l’Iran perché l’accordo in discussione è dannoso per Israele e per la regione». Netanyahu spera ancora che l’accordo possa saltare e soprattutto che non imponga uno stop alle operazioni in Libano: ha ordinato di «intensificare i bombardamenti contro Hezbollah». Nella notte il premier è stato portato in ospedale per – dicono i suoi portavoce – «cure dentistiche».
Il canale saudita Al Adath avrebbe ottenuto una bozza dell’intesa. Gli elementi principali sono quelli emersi in questi giorni e il documento confermerebbe le dichiarazioni di Trump: «L’Iran non imporrà dazi per la navigazione dello Stretto di Hormuz». Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, mentre il presidente Pezeshkian annuncia la «riapertura» di Internet nel Paese, adesso le chiama «quote da pagare per i servizi e la sicurezza forniti ai mercantili».
Precisa che «siamo andati avanti con qualche progresso, ma l’accordo non è imminente». I principali mediatori iraniani sono arrivati in Qatar per continuare i colloqui, mentre la Cnn stima che «per la formalizzazione ci vorranno ancora giorni».
I negoziati sul programma atomico voluto dagli ayatollah verrebbero intensificati durante i due mesi di estensione della tregua che il 7 aprile ha fermato il conflitto iniziato il 28 di febbraio. Secondo l’emittente Al Arabiya, il regime sarebbe disposto a trasferire i 460 chilogrammi di uranio arricchito in Cina. Trump preferirebbe che fosse portato negli Stati Uniti o «distrutto in loco». È una quantità sufficiente a costruire 10-11 testate nucleari e sarebbero sepolti sotto le macerie dei laboratori a Isfahan e Natanz.