La Lettura, 24 maggio 2026
I dollari del Vaticano
«Ho riferito al Santo Padre che in relazione alla Nota trasmessa... vennero mandate delle barre per un ammontare di circa lire 800.000. Il ricavo venne depositato in dollari alla Banca Morgan di New York. Il dollaro è una moneta aurea e la più stabile tra tutte. L’impiego in dollari, quantunque infruttifero, è il solo consigliabile nelle condizioni presenti». Era il 18 maggio del 1937, e il banchiere Bernardino Nogara, numero uno dell’Amministrazione Speciale della Santa Sede, uomo di fiducia e amico di Pio XI, riferiva dell’ennesimo investimento compiuto dal Vaticano negli Stati Uniti. Il suo appunto, scritto con una penna stilografica, è contenuto in uno dei tre tomi con la copertina di pelle rossa e le filettature in oro, che contengono i resoconti delle udienze di Nogara dal pontefice milanese Achille Ratti dal 1930 al 1939. Non era il primo viaggio che faceva, né sarebbe stato l’ultimo.
Finora si sapeva che nel 1940, col nazismo trionfante in Europa, Pio XII aveva ordinato di spostare alla Banca Morgan di New York tutti i depositi in oro custoditi fino a quel momento a Londra: 814 lingotti spediti in tre tappe – il 30 maggio, il 7 giugno e il 14 giugno – via nave attraverso i buoni uffici della Bank of England, con destinazione i forzieri della Morgan di New York. Lo spiega in dettaglio un memorandum riservato sulle finanze vaticane del 1950, scritto da Francis Rodd Rennell: l’uomo che curò gli investimenti vaticani in Gran Bretagna per la Morgan Grenfell, di cui fu uno degli amministratori dal 1933 al 1961; e che cercò inutilmente di premere perché l’Italia fascista rimanesse neutrale prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale.
Ma emergono anche collegamenti precedenti, meno noti, tra la Roma papale e il sistema bancario americano. Il «memorandum Rennell» è un’analisi approfondita e impietosa del modo in cui il Vaticano ha amministrato i suoi soldi in quegli anni. Sottolinea che ha «una dimensione di intelligence» da non sottovalutare. E comincia con la raccomandazione di non mostrare né rendere noto il contenuto di quelle tredici pagine «a nessuno che sia connesso col Vaticano». Il rapporto è arrivato da un professore dell’università del Kent, nipote di Francis Rodd Rennell. E lo ha ricevuto il nipote di Nogara, l’ex ambasciatore Bernardino Osio, che lo conserva nella sua casa-museo a Palazzo Taverna, nel cuore della Roma rinascimentale, tra quadri a olio della Milano dell’Ottocento e stampe rare del Vaticano.
L’ambasciatore Osio custodisce anche i tre volumi delle udienze di Nogara con Pio XI. E quei fogli confermano un rapporto finanziario tra Vaticano e banchieri statunitensi nato e consolidatosi dall’inizio degli anni Trenta del Novecento. Erano il lombardo Nogara e il marchigiano Giovanni Fummi, rappresentante dei Morgan in Italia, gli «gnomi» operosi e discreti del Vaticano di allora. E fu Pio XI l’architetto di un collegamento strategico e finanziario tra Santa Sede e Stati uniti, che il successore Pio XII affinò e proiettò negli anni della guerra fredda.
Nei suoi diari, alla data del 30 novembre del 1933, monsignor Domenico Tardini, stretto collaboratore di Pio XI, annotava: «Il Papa si intrattiene volentieri a parlare con me dell’argomento che più lo preoccupa: la crisi economica mondiale... Parla quasi con più calore della caduta del dollaro che del decadimento morale, lamenta con più sensibile amarezza la perdita dei soldi che la rovina delle anime... Sembrerebbe quasi che nella navicella di Cristo il battelliere sia diventato banchiere». E parlando del viaggio compiuto nel 1937 da Nogara negli Usa, lo storico Giovanni Belardelli sottolinea l’esperienza internazionale e il rispetto che il banchiere aveva accumulato partecipando alle conferenze di Versailles e di Losanna.
Dunque, la scelta di Pio XI di mettere Nogara ai vertici dell’Amministrazione Speciale nel 1929 per gestire i fondi ricevuti dalla Santa Sede in vista dei Patti Lateranensi col regime fascista non era casuale. Ratti conosceva la famiglia Nogara, originaria di Bellano, sul lago di Como, profondamente cattolica e discretamente antifascista. Prima di diventare Papa, in estate andava spesso ospite da loro, e facevano insieme escursioni in montagna. Uno dei fratelli di Nogara, Bartolomeo, era direttore dei Musei Vaticani.
Si trattava dunque di un personaggio di cui si fidava totalmente, al di là della competenza e onestà: sebbene in Vaticano fosse guardato con una punta di diffidenza dai vertici della Curia proprio per il rapporto diretto col Pontefice. Dal 1933, come molti altri banchieri europei preoccupati dalla svalutazione del dollaro, Nogara «decise di cominciare a comprare oro, e lo fece fino al 1939», si legge nel memorandum Rennell. L’aspetto poco conosciuto è che l’istituto di credito in Italia al quale si appoggiava era la Banca Commerciale Italiana, futuro tempio della finanza laica.
Già l’8 giugno del 1929 si era riunito il consiglio di amministrazione presieduto da Giuseppe Toeplitz. E in quell’occasione Toeplitz aveva annunciato: «Il nostro Istituto avrà l’onore di poter considerarsi banchiere della Santa Sede, ricevendone in deposito i cospicui fondi...». Quel viaggio di Nogara del maggio 1937 insieme con l’amico Fummi, rappresentante della Morgan in Italia, sarebbe stato seguito da altri, con scambi di informazioni, consigli, dollari e onorificenze papali, destinati a puntellare relazioni osservate con sospetto crescente dalle autorità fasciste.
Alcuni documenti sono andati persi, o comunque sono stati inghiottiti dagli archivi più segreti, come il rapporto riservato che il banchiere fece a Pio XI dopo essere ritornato per quasi un mese negli Stati Uniti nel novembre del 1937. Il 7 dicembre, Nogara riferisce nei suoi diari di essere stato ricevuto «di ritorno dal mio viaggio nel Nord America»; e di avere «rimesso al Santo Padre una Nota riassuntiva delle osservazioni fatte e delle informazioni raccolte. Questa Nota trovasi qui allegata». In realtà, ne è scomparsa qualsiasi traccia.
Si sa solo, dalle parole di Nogara, che raccontò a Pio XI «l’accoglienza avuta dalla Banca J. P. Morgan e dai suoi dirigenti ai quali il S. P. accordò la Gran Croce di S. Gregorio Magno nelle persone di John Pierpont Morgan e Thomas William Lamont...». Nogara passò ore negli studi dell’istituto newyorchese ad analizzare non solo i migliori investimenti ma le prospettive economiche degli Stati Uniti, con l’ombra di un conflitto mondiale che si allungava dalla Germania hitleriana.
Aveva incontrato anche il cardinale Patrick Hayes di New York e quello di Chicago, William Mundelein il quale gli aveva rivelato di avere comperato un immobile in via Sardegna a Roma, vicino a via Veneto, per i sacerdoti americani in visita a Roma.
Era uno spaccato nel quale sacro e profano si intrecciavano in modo inestricabile. E gli scambi di informazioni sconfinavano in un confronto da fare invidia a qualunque rete di intelligence. I colloqui avuti con i pochi cardinali americani di allora offrivano uno sguardo informatissimo sulla situazione sociale, sulle prospettive di un conflitto scatenato dal cancelliere tedesco Adolf Hitler, e sui timori di un contagio comunista negli Usa: un incubo che in realtà si tendeva a escludere, visto il pragmatismo e l’anticomunismo dei sindacati statunitensi.
Si avvertivano le riserve che una parte del mondo cattolico e molte in quello bancario nutrivano nei confronti della politica «socialista» del presidente Franklin Delano Roosevelt. E le carte dicevano che i soldi del Papa in circolazione in quegli anni cominciavano a essere molti. Facevano gola non solo a Roma ma in America. E l’aspirante «gnomo» cattolico in clergyman sarebbe stato il futuro cardinale e arcivescovo di New York Francis Spellman, «manager della fede» e amico di Pio XII.
Con Nogara ancora al vertice dell’Amministrazione Speciale della Santa Sede, Spellman cercò di imporre la sua visione degli affari vaticani negli Usa. Nel «memorandum Rennell» del settembre 1950 si legge: Spellman «ha in mente, credo, un comitato a New York per suggerire quale deve essere la politica finanziaria per amministrare i fondi della Chiesa negli Stati Uniti. Ma non è così facile come sembra...». Si intravedeva l’inizio di un’altra storia e di un’altra gestione, più tormentate. «Mettere nelle mani del personale ecclesiastico del Vaticano la responsabilità finanziaria», avvertiva il rapporto nella sua parte finale, «significa procurarsi problemi, anche se solo per incompetenza».