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 2026  maggio 24 Domenica calendario

Intervista a Omar Yaghi

Questa è la favola vera di un ragazzino cresciuto sulla terra arsa ai margini di un campo profughi palestinese, che da grande ha trovato il modo di spremere acqua dal deserto, vincendo il Nobel per la Chimica. Ci avrebbe mai creduto laggiù ad Amman, in Giordania, con nove fratelli, le galline, la polvere, la siccità e l’indigenza, senza patria né mezzi? «Mai. Anche adesso che è successo davvero mi pare impossibile».
E invece eccolo qua il professor Omar Yaghi, domani, lunedì 25, all’Università di Milano Bicocca per una conferenza sui materiali del futuro, in questa intervista alla vigilia della partenza, affacciato con «la Lettura» al computer della sua luminosa casa di Berkeley, California; i quadri alle pareti e in cornice la foto commovente, «quando avevo un sacco di bei capelli», con la nonna Jidda, «che Dio l’abbia in gloria». È a lei che si deve la fede nello studio, racconta, nonostante le avversità. «Tutta la nostra educazione è stata fondata sull’istruzione, come porta d’accesso alla realizzazione, alla felicità, a una vita migliore». Già nei primi decenni del Novecento, quando non era per nulla scontato, è stata la nonna, tenace contadina del villaggio di Al-Masmiyya, Palestina sotto il mandato britannico (nel vecchio distretto di Gaza che andava allora molto oltre la Striscia), a volere per i figli e persino per le figlie l’emancipazione dal duro lavoro di una terra secca. «Jidda – continua Yaghi – a tutti loro ripeteva: “Dovete andare all’università; avere la migliore istruzione possibile”. Son diventati medici o insegnanti».
Tranne il papà di Omar, il più grande, che per consentire a fratelli e sorelle di studiare ha dovuto interrompere la scuola e rimboccarsi le maniche. A maggior ragione quando è arrivata la nakba, la catastrofe. Nel 1948 il villaggio è stato raso al suolo e annesso al nuovo Stato di Israele. (Con l’eccezione di un unico edificio al quale anni dopo, di ritorno dagli Usa, il professore Omar Yaghi avrebbe fatto visita – mostra una foto – appoggiato allo stipite pericolante, in mano un ramo di hummus, la pianta di ceci simbolo della Palestina. Oggi con un nome simile, edificato sulle macerie, resta lo svincolo di Masmiya, groviglio di statali tra Jaffa e Gerusalemme).
Sulla rotta dell’esilio la famiglia Yaghi arriva nella Giordania che – di malavoglia – assorbe migliaia di palestinesi. Omar nasce ad Amman nel 1965, il papà a quell’epoca lavora come macellaio, la mamma è semianalfabeta ma ugualmente educata al valore dello studio. «Era un angelo», dice il professore indicandola in un altro bellissimo ritratto alla parete, il fazzoletto bianco in testa e il tradizionale abito nero ricamato di rosso. Condizioni disagiate, dieci bambini (otto maschi e due femmine) tutti nello stesso alloggio di fortuna condiviso con il bestiame, l’acqua razionata: in tante ristrettezze, forse ha avuto la fortuna di incontrare buoni insegnanti? «No – esclude Yaghi —, non posso dirlo, la scuola per me è stata inutile, non ho imparato nulla a lezione. Non sono nemmeno stato un bravo allievo, ascoltavo poco, a meno che il maestro non dicesse: “Questo sarà incluso nella verifica”. Coloro che hanno fatto la differenza nella mia vita sono stati i miei genitori». In che modo? «Avevano realmente cura di me, ricordo mio padre accompagnarmi a piedi a scuola e darmi insegnamenti lungo la strada: che cosa fare, che cosa succede se ti comporti in un determinato modo, perché le cose stanno in una certa maniera. L’importanza di essere onesti e dediti, il lavoro serio. È stato il mio primo mentore. Ma a entrambi, anche a mia madre, devo l’avermi sempre incoraggiato a mettere tutto in discussione, a non percorrere sentieri prestabiliti. E a creare qualcosa di mio».
La scuola giordana, però, un merito l’ha avuto: è nella biblioteca che Omar Yaghi, all’età di dieci anni, riceve la sua vocazione, osservando per la prima volta i disegni delle molecole. L’ha detto anche al discorso per il Nobel, lo scorso 10 dicembre: «La loro bellezza e il mistero mi hanno catturato». «Mi sembrava – aggiunge ora – una via di fuga, una distrazione dalla durezza della vita. Prima ancora che capissi che cosa sono le molecole, ero attratto dalla stranezza e dall’intrigo delle figure. Volevo saperne di più. Spesso dico ai più giovani che la passione per qualcosa non deve essere premeditata o intellettualizzata. Può essere anche solo un’attrazione basica, non ha bisogno di essere spiegata. Il punto è proprio esserne attratti. E se la scopri, questa passione, è una benedizione perché trovi qualcosa che ti piace fare. È il primo passo sulla strada per la felicità».
Da quella biblioteca scolastica in poi, il giovane Omar fa passi da gigante, bimbo curioso di scienze, distratto in classe ma lettore vorace di libri di testo, bravo al punto che la famiglia raccoglie tutti i risparmi e glieli intesta, per permettergli a 15 anni di andare a studiare in America. «Ricordo di essermi presentato al consolato Usa di Amman per chiedere un visto con un assegno contenente l’intero patrimonio dei miei genitori...».
Ottimo investimento, però: l’adolescente Yaghi mette a frutto i soldi affidatigli in un community college (istituto scolastico pubblico a rette ridotte) e di lì «lavorando duro» fino al campus. Nel corso del dottorato all’University of Illinois Urbana, il futuro premio Nobel incontra il secondo mentore: il chimico Walter Klemperer. «Ha avuto un grosso impatto nella mia vita. Mi ha scolpito il cervello. Ha tirato fuori lo scienziato che era in me. Da lui – spiega —ho imparato il rigore, la verifica delle prove raccolte. E l’emozione della scoperta».
Nelle aule universitarie e poi nei laboratori americani Omar Yaghi apprezza anche la mescolanza delle origini. «Quando cerchi di risolvere problemi e interagisci con persone provenienti da diverse parti del mondo che pensano diversamente, ti trovi nell’ambiente di apprendimento ideale». È questa, sostiene il professore, la chiave per il successo Usa: «Un aspetto che gli Stati Uniti hanno capitalizzato e nel corso degli anni perfezionato: il sistema di innovazione generato da talenti misti». Non è un valore, però, sul quale l’amministrazione del presidente Donald Trump punti. Così una delle portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, per esempio: il governo «continua a difendere i lavoratori americani preferendoli agli stranieri. Le mani e le menti americane ci hanno reso la superpotenza dominante di oggi». C’è il rischio che la forza della mescolanza si perda? «Sì, negli ultimi tempi temo che questa tendenza venga invertita, perché molti Paesi forti nella ricerca stanno restringendo le libertà di movimento dei talenti stranieri. Ed è una politica autodistruttiva».
Il beneficio della contaminazione è evidente nelle materie umanistiche; ma perché lei sostiene sia anche così fruttifero nelle scienze? «Farò un esempio», che ha a che fare direttamente con la scoperta che gli è valsa il Nobel, in condivisione con due colleghi di origine giapponese e britannica, Susumu Kitagawa e Richard Robson: lo sviluppo delle strutture metallo-organiche (Mofs). «Molti ricercatori nel mondo hanno studiato come questi reticoli assorbono l’acqua dall’aria. L’abbiamo fatto anche nel mio laboratorio, ma perché io ho visto nei dati qualcosa che agli altri era sfuggito? Perché ho vissuto in un ambiente desertico». Ancora una citazione dal discorso al cospetto dei reali svedesi: «L’acqua arrivava dal governo ogni settimana o due. Ricordo il sussurro nel nostro quartiere: “L’acqua sta arrivando” e la fretta quando mi precipitavo a riempire ogni contenitore disponibile prima che il flusso si arrestasse». Decenni dopo, il chimico Yaghi, proprio in virtù di quella esperienza da bambino, scopre qualcosa di rivoluzionario: «Non solo come i Mofs possano imprigionare nei propri pori H2O ma come possano rilasciarla immediatamente». Che si traduce con il miracolo di «far sgorgare acqua potabile nel deserto». Non vaga teoria, ma un processo già trasformato in realtà, in commercio dalla fine dell’anno.
Giubilo degli studenti che Yaghi ha formato e che sono accorsi a festeggiarlo a Stoccolma. E il suo mentore Klemperer come ha reagito al Nobel? «“Bravo allievo”, ha detto, ma sono sicuro che ne è orgoglioso».