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 2026  maggio 24 Domenica calendario

La vera eredità di Eco è un’opera aperta

In una conversazione con Thomas Stauder, che nella sua edizione italiana prende il titolo di «Tappe importanti della vita di Umberto Eco», Eco evoca suo nonno, il nonno rilegatore che ha lasciato in cantina casse di libri da esplorare. Eco lo ricorda in più occasioni, anche nella sua “Autobiografia intellettuale”, e indirettamente lo evoca ne La misteriosa fiamma della Regina Loana.
Mi piace questo passo perché parla di eredità immaginaria: «Questo nonno, sulla fine della sua vita, quando era già in pensione e non lavorava più come tipografo, faceva il rilegatore di libri. Poco prima della sua morte andavamo a trovarlo e vedevo su un bancone questi vecchi libri ottocenteschi ancora slegati – Dumas ecc., con delle incisioni –, che hanno quindi cominciato ad alimentare la mia fantasia. Poi, quando avevo circa dieci anni, ho scoperto in cantina una enorme cassa con dei libri che nessuno aveva richiesto. C’erano intere annate di una rivista che si chiamava “Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure di terra e di mare”, quasi tutta di origine francese, con pagine a colori, con scene di orrore e di guerra; c’erano molte vecchie edizioni, e c’era persino Darwin. Quindi ho passato anni e anni a rovistare in questo cassone. Questo per dire che da questo nonno, che praticamente non ho conosciuto, ho ricevuto un’eredità immaginaria che è stata molto forte per la mia vita. Probabilmente senza questa influenza non avrei scritto il tipo di romanzi che ho scritto».
L’eredità immaginaria non è una eredità inesistente né una forma di delirio narcisista della filiazione; è un tesoro che ti senti legittimato a percorrere, che ritieni sia stato lasciato proprio per te, e che ti senti in dovere di tenere in vita, anche se nessun testamento te lo ha affidato. L’eredità immaginaria è un’ispirazione motivata e un impegno competente, che ha a che fare con una forma di sapere, di sensibilità e di reinvestimento.
Nei prossimi giorni l’Università di Bologna percorrerà gli scrigni di libri, argomenti e idee lasciate da Eco, dieci anni fa. Lo farà, fuor di metafora, con un convegno che vuole proprio essere una riflessione su cosa sia l’eredità (Inheriting Eco, il titolo), pensandola come opera aperta, cantiere sempre attivo di prestito, citazione, rilancio, selezione, sviluppo, in una dinamica che non ha nulla di encomiastico, ma che anzi, si alimenta di selezioni, disamine e poi approfondimenti. Come si è saputo subito dopo la sua morte, il 19 febbraio 2016, era stato Eco stesso a chiedere un silenzio di 10 anni: “niente convegni”, come fosse una forma alternativa, accademica, al “niente pettegolezzi” di Majakovskij e poi Pavese: stesso rifiuto della chiacchiera.
Eco sapeva che anche il mondo degli studiosi è attratto dalla mondanità dei ricordi condivisi, omaggi che, nel celebrare, accreditano soprattutto i celebranti. Lui, invece, voleva guardare il Tempo a testa alta: se ho scritto qualcosa di valido, dieci anni saranno niente; se non ho scritto nulla di valore, dopo dieci anni, finite le fanfare del lutto, di me non si ricorderà più nessuno.
Dopo questi dieci anni, dunque, l’eredità immaginaria ha preso i suoi percorsi: ha avuto il tempo di aprire le casse di idee lasciate in cantina, ha potuto buttare via qualcosa e togliere la polvere da quel che di prezioso conteneva, ha selezionato i suoi numerosi “curatori” (tutti coloro che in quei bauli di pensieri hanno trovato e preso qualcosa), ha iniziato a nutrire nuove storie.
Personalmente, nelle casse di questa eredità immaginaria trovo anzitutto un’idea di limite che mi sembra quanto mai preziosa da ripensare e rilanciare. Eco di limiti ha parlato spesso; ai limiti ha intitolato uno dei suoi saggi più rilevanti: I limiti dell’interpretazione (1990). Lì i limiti erano guardrail: barriere salvifiche, essenziali a non andare fuori strada. Un guardrail non impedisce la circolazione; al contrario, la preserva, evitando incidenti e deragliamenti. I guardrail cui pensava Eco in quegli anni erano quelli necessari a evitare il decostruzionismo esasperato allora di moda.
Prima dei Limiti dell’interpretazione, aveva definito i limiti dello strutturalismo, da prendere come postura metodologica, non come fiducia metafisica nella razionalità del mondo. E prima ancora, in Opera aperta, si era trattato di definire i limiti per gestire la dialettica forma-apertura delle opere d’arte.
Successivamente i limiti sono diventati quelli del reale (con il realismo negativo degli anni Duemila), non più dunque criteri tutti umani e tutti interni alla pratica ermeneutica, essenziali per salvarsi dagli eccessi creativi e fruitivi, ma limiti ontologici, con la forma di porte chiuse e muri solidi: superfici contro cui si va a sbattere e che non cedono, per quanto la nostra volontà possa desiderare che non esistano. Se dunque prima i limiti erano stati uno dei grimaldelli per evitare le ontologie, successivamente diventano uno degli strumenti per riconoscere la realtà, nella sua datità. I limiti ci impongono di tenere conto del mondo.
Nella riflessione sui costumi, i limiti per Eco sono sempre stati la condizione di possibilità della ragionevolezza: non hanno senso del limite quelli che vanno in tv a esibirsi senza pudori; non hanno senso del limite i politici che alimentano i populismi alzando il volume passionale dei propri slogan; non hanno senso del limite i cospirazionisti che vivono sospettosamente vedendo un disegno laddove c’è pura casualità o insignificanza… Le Bustine di Minerva sono un florilegio di riflessioni sui limiti….
In tutto questo percorso, i limiti non sono mai però intesi solo in un’ottica contenitiva e un po’ frustrante: un ridimensionamento della libertà umana. I limiti per Eco sono la garanzia del gioco, dell’intelligenza, e anche dell’impegno: è solo tenendo presenti i limiti del discorso che si può non essere generici; è solo misurandosi coi limiti del reale che si può essere pertinenti; è nella sfida delle regole che si può essere creativi; è nell’individuazione del confine, che si può dire: questo è troppo. Il limite è motore di azione, non di inazione (e Eco ce ne ha dato una prova “storica” nella scelta di lasciare la “sua” Bompiani: la concentrazione editoriale che si prefigurava oltrepassava un limite non oltrepassabile).
Ecco: in un’epoca in cui tutto sembra possibile – un po’ perché il senso comune è continuamente travolto dalle provocazioni dei leader del mondo, un po’ perché le tecnologie digitali ampliano la nostra operatività – la mia eredità immaginaria è questa lezione di misura: è stata la smisuratezza della personalità echiana.