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 2026  maggio 25 Lunedì calendario

IA, Investiti già 300 miliardi: l’impatto colpirà prima finanza e giovani.

L’anno della consacrazione finanziaria dell’intelligenza artificiale segna anche le prime reazioni sociali. I lavoratori, in particolare giovani, temono per il loro futuro e ne hanno ben donde, ma le forze economiche contro le quali si oppongono sono enormi. Solo nel primo trimestre del 2026 gli investimenti globali in società di Ia hanno raggiunto il record di 242 miliardi di dollari, assorbendo l’80% dell’intero mercato globale dei capitali di rischio. Tra gennaio e marzo il settore ha raccolto più investimenti privati dell’intero 2025 grazie ai “megadeal”, i maxi-accordi di finanziamento.
Il predominio Usa è schiacciante: gli Stati Uniti attraggono stabilmente dal 75 all’80% dei finanziamenti globali. La concentrazione è enorme: il 65% dei fondi totali raccolti è confluita in sole quattro aziende. OpenAI è in testa con una raccolta record da 122 miliardi di dollari, Anthropic ha avuto 30 miliardi, xAI 20 e Waymo, la società di auto a guida autonoma del gruppo Alphabet/Google, 16. L’Europa attira solo il 6-9% dei capitali globali.
Fondi che si muovono fuori delle Borse, visto che queste aziende non sono ancora quotate.
In parallelo allo sviluppo dei modelli Ia, sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale è in corso il ciclo di investimenti a maggior intensità di capitale nella storia della tecnologia. Per il 2026 la spesa globale in data center, chip e reti elettriche è stimata tra 750 e 765 miliardi di dollari. Protagonisti sono i quattro “hyperscaler” (Amazon, Alphabet, Meta e Microsoft), con una spesa in conto capitale in crescita del 62% sul 2025. Amazon guida la corsa con 200 miliardi. Il 70-75% della somma va ad hardware e chip, ma c’è un collo di bottiglia: la domanda di elettricità dei data center è attesa in crescita del 165% entro il 2030.
Numeri che avranno un impatto economico enorme. Si stima che l’Ia causerà un aumento del Pil globale del 14% entro il 2030, pari a circa 15.700 miliardi di dollari. La vera svolta arriva dall’Ia agentica, capace di eseguire in autonomia flussi di lavoro complessi, con un aumento atteso dell’output del 45% circa. Nelle aziende, l’incremento medio della produttività dei dipendenti è previsto nel 30%.
Questo cambierà in maniera strutturale il mondo del lavoro. Più che una disoccupazione di massa, gli analisti – il cui ottimismo è forse legato ai loro ruoli di consulenti – prevedono una radicale trasformazione delle mansioni del 50-55% dei posti di lavoro entro il 2029. Negli Usa il 30% delle ore lavorative sarà automatizzato, mentre nella Ue circa 94 milioni di lavoratori avranno bisogno di riqualificazione. Ma a differenza delle innovazioni del passato, l’Ia colpirà i lavoratori a più alta scolarità e remunerazione. I giovani sono i più a rischio: c’è già una forte frenata nelle assunzioni di profili entry-level, sostituiti dall’Ia. I casi fioccano: nei giorni scorsi Meta ha licenziato 8mila dipendenti per sostituirli con l’Ia, Ibm altri 8mila. In Italia la multinazionale Usa di software InvestCloud ha licenziato tutti i 37 dipendenti di Marghera per affidarsi all’Ia. Ma esiste anche l’“Ai-washing”: molti giganti hi-tech mascherano tagli di bilancio e ristrutturazioni finanziarie per compiacere gli azionisti come “licenziamenti da Ia”.
In questo scenario, l’Italia è in una condizione paradossale. Sebbene sconti forti ritardi negli investimenti tecnologici, l’Ia è considerata da alcuni analisti la sola ancora di salvezza economica della Penisola. Poiché parte da una bassa digitalizzazione, è il Paese Ue che può guadagnare di più con un aumento di produttività previsto fino al 18%. Secondo i suoi fautori, l’Ia può sostenere il Pil e il sistema pensionistico. A condizione però che le imprese investano e che l’aumento della produttività non vada solo a tagliare occupati e a premiare azionisti. Una duplice ipotesi che, se si guarda alla storia, pare essere purtroppo irrealistica.