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 2026  maggio 25 Lunedì calendario

L’IA alimenta la lotta politica della sottoclasse tecnologica

Per capire oggi la Silicon Valley, bisogna leggere Jasmine Sun. In due articoli sul New York Times che meriterebbero già il Premio Pulitzer, questa giovane scrittrice ha definito i termini del dibattito del 2026. A inizio anno ha descritto la moda dei peptidi cinesi, cioè le catene di amminoacidi non approvate dall’agenzia farmaceutica Usa che i professionisti della Silicon Valley acquistano a basso costo su un mercato nero o grigio. È una forma di biohacking che prevede iniezioni per migliorare il sonno, guarire più in fretta, perdere peso o massimizzare le capacità cognitive. Il trend rivela un rapporto curioso con la Cina, polo manifatturiero mondiale di queste sostanze: pur di “ottimizzarsi” e aggirare le regolamentazioni mediche Usa, l’élite tecnologica si affida all’import da fabbriche cinesi. Ci sono persone che di giorno dicono “i chip per l’intelligenza artificiale sono armi pericolose, non vanno vendute ai nostri nemici cinesi” e di notte s’iniettano roba prodotta nei laboratori cinesi.
L’articolo del 30 aprile di Sun è ancor più importante, perché dedicato al concetto di “sottoclasse permanente” e al nuovo populismo basato sul contrasto all’Ia. Il termine sottoclasse era popolare negli anni 60 e 70 per descrivere gli operai lasciati indietro dal boom dell’automazione e dalla crisi. Ne ha scritto acutamente, tra gli altri, Ralf Dahrendorf.
Il concetto è ripreso oggi per descrivere l’ansia dell’epoca dell’Ia e l’idea che gli esseri umani abbiano davanti una finestra temporale molto limitata per accumulare ricchezze, prima che gli avanzamenti tecnologici sostituiscano quasi integralmente il lavoro umano. Il punto di rottura della super-intelligenza congelerà le attuali posizioni di classe: da un lato la super-élite tecnologica e i capitalisti che possono accedere al paradiso, dall’altro il resto della popolazione, economicamente inutile, che avrà briciole.
Dentro questa solita esagerazione della Silicon Valley, si muovono però tesi concrete di fondi di venture capital come a16z, secondo cui “il software sta mangiando il lavoro” e quindi il capitale può operare senza vincoli. Ciò porterà all’ulteriore perdita di potere contrattuale dei lavoratori, già ai minimi termini.
I leader dei laboratori di Ia alimentano quest’ansia, anche per spingere le valutazioni delle loro aziende, decantandone i superpoteri. Anche se i dati concreti del mondo del lavoro hanno bisogno di tempo e di valutazioni più attente per giungere a conclusioni, Dario Amodei di Anthropic ha parlato dell’enorme aumento della disoccupazione portato dalla sua tecnologia. È stato Eric Schmidt (Google) a deridere le preoccupazioni sul consumo energetico dell’energia dicendo che “ci penserà l’intelligenza artificiale”. E Sam Altman (OpenAi, cioè ChatGpt) ha paragonato i requisiti dei programmi a quelli degli esseri umani, dicendo che addestrare questi ultimi consuma più acqua.
Gli imprenditori hi-tech promettono un’età dell’oro, identificata da una parola d’ordine: abbondanza. Per giungervi, tutti dicono che bisognerà attraversare una fase di transizione. Per un giovane ingegnere o copywriter che perde la propria fonte di sostentamento, non è bello sentirsi chiamare “vittima della transizione” verso la fantomatica “abbondanza” che per lui non esiste.
Così l’intelligenza artificiale catalizza le ansie dell’elettore Usa, divenendo il nemico perfetto. È una battaglia politica in cui si preparano due schieramenti trasversali. Il primo sono quelli che stanno già vincendo e che quindi pagheranno, e parecchio, per mantenere la propria posizione di vantaggio. Il secondo sono i vinti: quelli che sentono la terra mancare sotto i loro piedi, mentre sono bombardati da slogan che per loro non hanno alcun significato, come “è cruciale raggiungere l’intelligenza artificiale generale”, “dobbiamo fare di tutto per battere la Cina” o anche “ti costruiamo un data center vicino a casa perché stiamo curando il cancro”.
Ne consegue un cocktail esplosivo, tra la droga finanziaria delle promesse roboanti e il senso di perdita di controllo nel breve periodo. Il rilievo politico dell’intelligenza artificiale, secondo i sondaggi statunitensi, è cresciuto più velocemente delle altre questioni nell’ultimo anno e può diventare il catalizzatore della protesta, mettendo insieme uno schieramento che va già da Bernie Sanders a Steve Bannon, passando per i politici locali e gli ambientalisti schierati contro i data center, i sostenitori dell’antitrust, i creativi che hanno visto svalutare il proprio lavoro, i sindacalisti. Non è solo una battaglia degli estremi, perché l’effetto politico dei data center sulle vittorie in Virginia, New Jersey e Georgia nel 2025 ha portato i democratici più centristi a cambiare posizione rispetto alla vicinanza alla tecnologia.
Kevin Xu ha pubblicato lo Us Data Center Moratorium Tracker, che mostra attualmente 95 provvedimenti contro i data center negli Usa che coinvolgono 35 Stati. I 156 miliardi di progetti bloccati stimati da Data Center Watch nel 2025 aumenteranno quest’anno. In questo scenario, è ovvio che i miliardari dell’intelligenza artificiale pagheranno centinaia di milioni (almeno) per sostenere i loro interessi: il processo è iniziato nel 2025 con la nascita di SuperPac – grandi fondi elettorali Usa – come Leading the Future, sostenuto da manager di OpenAI e Palantir.
La campagna per rivendicare il ruolo positivo della tecnologia, se gestita dalle aziende, potrebbe però essere controproducente. Secondo un sondaggio, il 46% degli americani vede l’Ia negativamente e solo il 26% positivamente. Chi si sente dire da Mark Zuckerberg e da Sam Altman che deve fare l’elettricista o l’idraulico perché “serve all’intelligenza artificiale”, penserà di avere un buon motivo per non farlo. Il sostegno dei miliardari della tecnologia potrebbe essere un problema: le campagne finanziate da Leading the Future a New York contro Alex Bores, ex dipendente di Palantir, sembrano averlo aiutato e non ostacolato, proprio perché hanno consolidato l’odio sociale verso le aziende.
È comunque solo l’inizio: i vincitori dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale, come mostra l’acquisizione di OpenAI del podcast Tbpn, compreranno media per governare la narrazione e pagheranno legioni di influencer. Ma la “sottoclasse tecnologica” diventerà lo stesso l’elefante nella stanza delle elezioni di mid-term e delle presidenziali 2028.