il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2026
Francia, polemiche sul presunto spionaggio israeliano al partito di Mélenchon
Sembra di assistere ad una fiction di intrighi e spie in salsa francese. Ogni giorno infatti emergono nuovi elementi nel caso sui sospetti di “ingerenza digitale straniera” ai danni di deputati de La France Insoumise durante la campagna delle elezioni comunali dello scorso mese di marzo. Ormai il deputato LFI François Piquemal, 41 anni, che si era candidato al comune di Tolosa, non parla neanche più solo di barbouzerie, una manovra di spie, ma di un vero e proprio “scandalo di Stato”. Secondo le autorità francesi, Piquemal, che è stato battuto alle urne dal candidato della destra, sarebbe stato vittima di ingerenze da parte dell’azienda israeliana BlackCore. Lo stesso sarebbe accaduto anche ad altri due suoi colleghi: Sébastien Delogu, candidato LFI a Marsiglia, ritiratosi tra il primo e il secondo turno, e David Guiraud, eletto a Roubaix.
Il partito della sinistra radicale, fondato da Jean-Luc Mélenchon; è stato informato di questa operazione di destabilizzazione dai servizi di Viginum, l’organismo pubblico che si occupa della vigilanza e della protezione contro le interferenze straniere online. Solo che, secondo il partito, ad un certo punto il “meccanismo si è inceppato”. Il 19 maggio scorso, il settimanale Le Canard enchaîné ha rivelato che l’RCPE, Rete di coordinamento e protezione delle elezioni, un ente statale, avrebbe “censurato e chiuso in un cassetto” il rapporto pubblico che spiegava nei dettagli come sono andate queste ingerenze. Un responsabile dell’RCPE ha detto al Canard, sotto anonimato, che la decisione di insabbiare il documento sarebbe stata motivata dal “timore di offrire un trampolino a LFI”: “La mancanza di trasparenza proprio nei dispositivi che sarebbero invece incaricati di portare alla luce la gravità delle manovre di ingerenza internazionale è un problema serio -, ha osservato Xavier Sauvignet, uno degli avvocati dei candidati di France Insoumise -. È prioritario ora riuscire ad ottenere la pubblicazione di questo rapporto, che si vuole invece sottrarre sia al dibattito democratico sia a quello giudiziario”.
Al momento, i tre deputati hanno soltanto un’idea molto vaga del tipo di attacco di cui sarebbero stati vittime. François Piquemal ha potuto visionare le finte locandine elettorali diffuse sotto forma di inserzioni pubblicitarie sui diversi siti, tra cui quelli di Vinted, Candy Crush e persino sul sito di un giornale locale, La Dépêche du Midi. Ma non sa quante persone le abbiano effettivamente viste. Stando a Xavier Sauvignet, La Dépêche du Midi rivendica 22 milioni di impressioni pubblicitarie al giorno. L’ex candidato sindaco sostiene inoltre di aver constatato il furto delle password dei propri account social, senza sapere se i suoi messaggi privati siano stati copiati. Da parte sua, Sébastien Delogu racconta di aver scoperto, una mattina, in piena campagna elettorale, che le strade di Marsiglia erano tappezzate di manifesti su cui figurava un codice QR che rimandava ad un blog, in cui il deputato LFI veniva accusato di violenze sessuali. Anche lui ignora quanti potenziali elettori abbiano scansionato il codice. Secondo gli interessati, tutti questi elementi sono indispensabili nel caso di eventuali future denunce, ma sono essenziali anche a rafforzare il ricorso presentato da François Piquemal, già quasi due mesi fa, davanti al tribunale amministrativo di Tolosa: il deputato chiede ai giudici di stabilire se le ingerenze subite abbiano influenzato gli elettori al punto da giustificare l’annullamento dello scrutinio e dell’elezione del candidato della destra, Jean-Luc Moudenc, avvenuta con uno scarto di appena 13 mila voti.
In genere, i giudici amministrativi si pronunciano entro un massimo di tre mesi dalle elezioni. Ed ora, insistono François Piquemal e i suoi sostenitori, il tempo stringe: occorre portare alla luce tutti gli elementi disponibili al più presto. Nel tentativo di ottenere maggiori chiarimenti, il 20 maggio scorso, François Piquemal si è rivolto direttamente al ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, durante una seduta in Assemblea nazionale, formulando una serie di domande: “Cosa sta facendo il governo? Il rapporto sarà reso pubblico? Quando? Quando convocherete l’ambasciatore israeliano per chiedere spiegazioni? Intendete finalmente presentare un disegno di legge per garantire la nostra sovranità democratica?”. Il ministro, senza pronunciare neppure una volta le parole “Israele” e “LFI”, ha assicurato che il rapporto verrà pubblicato: “Non nascondiamo nulla, naturalmente”, ha detto Nuñez, definendo “le ingerenze digitali straniere” un “tema estremamente grave”. Il ministro, tuttavia, non ha precisato quando il documento verrà reso pubblico, né ha commentato le rivelazioni del Canard enchaîné.
Quel giorno, uscendo dall’Assemblea, Piquemal ha denunciato le “molte zone d’ombra” che persistono in questa vicenda: “Quello che mi sconvolge di più è la leggerezza con cui il nostro governo affronta quello che sta accadendo. Dovrebbe essere una questione di Stato e di sovranità nazionale. Oggi colpisce noi, ma un domani potrebbe toccare ad un altro partito, a un altro movimento politico, con altre ingerenze straniere in gioco”. L’altro legale di LFI, Lionel Crusoé, ritiene che le procedure avviate a Tolosa, Marsiglia e Parigi sono soprattutto un “crash test per verificare l’efficacia delle norme giuridiche nel sanzionare le ingerenze”: “Siamo di fronte a procedure senza precedenti: è la prima volta che un giudice amministrativo è chiamato a pronunciarsi per esaminare e verificare casi di ingerenze straniere. È estremamente importante”. Soprattutto a un anno dalle elezioni presidenziali in Francia, quando i risultati del voto saranno scrutati al microscopio.