Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 25 Lunedì calendario

Intervista a Carolina Rosi

A nessuno fa piacere il confronto e lei con intelligenza e ironia ha tenuto botta a ben due famiglie magnifiche e ingombranti senza farsi schiacciare. Prima da figlia di Francesco Rosi, pluripremiato regista che raccontava l’Italia civile a colpi di David e Palma d’oro, poi da moglie di Luca De Filippo, erede del gigante Eduardo, sposato nel 2013 dopo 20 anni di sodalizio professionale e umano, Carolina Rosi si è dimostrata una guerriera, e capace di ridere. Attrice, regista, scrittrice, 60 anni, seduta come una ragazzina a gambe incrociate nella posizione dello yoga sul divano di casa, vista su Roma, Schifano e Guttuso alle pareti, libri e foto di un passato che affiora dovunque, è un serbatoio di idee: progetta un libro con gli appunti del padre su La tregua, dopo i due già usciti sui diari e dopo il bel docufilm Citizen Rosi; c’è la lunga tournée della prossima stagione di Non ti pago di Eduardo che rifà l’ultima regia di Luca ed è una scommessa vinta aver arruolato con lei in scena Salvo Ficarra, bravissimo; e poi ci sono l’olio e i carciofini.
Cosa c’entrano col cinema e il teatro?
“Per una vita ho curato la memoria di mio padre, di Luca, a un certo punto ho reclamato una cosa solo mia. E sono diventata anche imprenditrice agricola. Tutto è cominciato con Luca: comprammo una casa in Maremma, come il nostro “buen retiro” e fare un po’ d’olio per noi. Le cose che fai quando si è felici. Poi è arrivato il 2015”.
Il suo annus horribilis.
“A gennaio muore papà, a novembre Luca, a dicembre mia zia Mariuccia Mandelli-Krizia. Due anni prima mia madre era morta bruciata viva in un incidente domestico. Una tragedia, preludio delle altre. Mi sono ritrovata sola”.
Come si esce indenni da simili colpi?
“Col senso del dovere, senza fermarmi. Sono tornata subito a lavorare e la compagnia teatrale è stata una famiglia. Stavo male ma pensavo a mio padre che a 91 anni aveva visto la moglie morire in quel modo orribile, eppure andava avanti. “Per continuare a vedere il tuo faccino”, mi diceva. I buoni esempi salvano. Papino era un uomo integerrimo sul lavoro, ma di una dolcezza infinita».

Come si cresce in una famiglia famosa?
“Sono stata fortunata. Casa nostra era un porto di mare: intellettuali, pittori, registi... Tra i miei ricordi c’è Antonello Trombatori che urla con mia madre per la politica e mio padre che discute con Francis Ford Coppola e Scorsese. Perfino Andreotti faceva di tutto per farsi invitare con la scusa delle carte, perché mia madre, che lavorava per i negozi di alta moda, non dormiva mai, e giocava a carte fino alle dieci del mattino. Era una figura complessa, iper-critica, non mi ha mai fatto una carezza, ma si è spaccata le ossa per permettere a mio padre di fare l’artista scomodo e la vita agiata”.
E Rosi?
“Papà era l’opposto: mi svegliava con una rosa in mano. Quando a diciassette anni preferivo le canne al liceo, mi accompagnava alle ripetizioni e aspettava in auto lavorando. Con tutto che erano due persone particolari, i miei ci sono sempre stati”.

È per suo padre che è diventata attrice?
“Mai avuto vocazioni spiccate. Lavoravo nella moda con mia zia e me ne scappai. Mi iscrissi all’Accademia d’arte Drammatica, ma ero cresciuta sui set di papà, nei luoghi veri, non a Cinecittà. Ero snob”.
In che senso snob?
“Per esempio io parlavo bene l’inglese, ricevevo proposte per film americani, mi cercò anche Sylvester Stallone. Ma il cinema per me era solo quello impegnato e dicevo no. Se è per questo l’ho detto anche a Al Pacino che si era preso una bella scuffia per me: una sera prenotò un intero ristorante a Trastevere per noi. Era chic, andava in giro con la scatola di scacchi perché ne era patito. Andò in Sicilia sul set di Il Padrino, e io declinai l’invito a raggiungerlo. Col senno di poi, ne ho fatte di fesserie. Avrei dovuto fare come Valeria Golino, Isabella Ferrari con cui facevamo i provini e cavalcare le occasioni. Io scelsi di fare l’aiuto regista gratis per dodici ore al giorno”.
Poi è arrivato il secondo “monumento": Luca De Filippo.
"Facevo l’assistente a Lina Wertmüller e sul set Luca faceva di testa sua, Lina si arrabbiava e mi mandava a metterlo in riga. Lì ho capito che non c’è nulla di più sexy di un uomo che sa farti ridere. Luca era schivo, ma spiritosissimo. Ci mettemmo insieme nel 1993. I miei erano disperati: io avevo 27 anni, lui 45, due matrimoni alle spalle e tre figli grandi. Poi si sono adorati. Tanto che Luca, su mio suggerimento, affidò a papà la regia dei tre capolavori di Eduardo in un momento in cui i vecchi venivano rottamati”.
Dopo la morte di Luca, lei è uscita dall’asse ereditario dei De Filippo. Perchè?
"È giusto che resti tutto ai figli, è la storia della loro famiglia. Ho presieduto la Fondazione intitolata a lui per un po’, ora è il figlio Tommaso a gestire tutto,e non posso dire di essere consultata sulle scelte sui diritti. Ma va bene. La compagnia è un’altra cosa: la porto avanti io perchè sento il dovere morale di preservare l’arte di Luca dopo trent’anni insieme. Il mio unico rimpianto con Lui è non aver insistito per avere un figlio nostro. Ci abbiamo provato, con la fecondazione assistita, ma non è andata e i suoi figli sono stati la mia famiglia».
L’ombra di questi grandi uomini ora si è alleggerita?
"Oggi sì. Mi resta l’amarezza di non aver avuto un’occasione tutta per me come attrice. La sola cosa veramente mia è Scovavento, questa tenuta in Toscana diventata una impresa di bio agricoltura: ho studiato, imparato, sono passata da 600 piante a 66 ettari di uliveto, più l’orto. Non è teatro, ma lì sono io e i cognomi non contano. E lì sto progettando un centro di “agri-cultura": grandi vetrate sul mare per chi lavora e uno spazio per fare teatro e musica sotto le stelle”.