la Repubblica, 25 maggio 2026
Gli italiani non si fidano più degli Usa
Gli Stati Uniti – Usa – costituiscono per l’Italia (e non solo) un riferimento determinante, sul piano globale. Danno, infatti, significato alla definizione di Occidente. A maggior ragione dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. Quando lo spazio di fronte alla Russia (allora Urss) si apre in tempi rapidi e nel 1991 viene sancito lo scioglimento (e la dissoluzione) dello Stato sovietico. Da allora molto è cambiato nel mondo. E negli ultimi anni assistiamo a un’accelerazione di questo processo. Per iniziativa di Donald Trump, che ha rafforzato le relazioni e gli accordi con la Russia e con Putin, con implicazioni rapide e profonde per quel che riguarda le “aree di mezzo”. Anzitutto l’Europa, che è divenuta un ostacolo, più che un’area e un soggetto di mediazione. Un ruolo particolare, in questo caso, è svolto dall’Italia che, fino a poco tempo fa, costituiva, al contrario, un Paese amico degli Usa e di Trump. Come era stato sottolineato dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni, nella sua visita alla Casa Bianca.
Ma in poche settimane il clima è cambiato. Molto. Il presidente Usa, infatti, ha concentrato la sua attenzione su altre aree “globali”. Anzitutto il Medio Oriente, Gaza e Hormuz. Mentre l’Europa è uscita dal suo sguardo. L’Italia, in particolare, è divenuta un luogo complicato e scomodo. Anche perché è sede del Vaticano, guidato da un “pontefice americano”. Robert Francis Prevost, papa Leone XIV, attaccato da Trump, che lo ha accusato di “essere pessimo in politica estera”. Gli effetti sull’opinione pubblica degli italiani appaiono chiari, nel sondaggio condotto da Demos per Repubblica. La quota di persone intervistate secondo cui “l’Italia dovrebbe sostenere sempre gli Stati Uniti nella politica internazionale” oggi è molto limitata: 13%. Mentre l’85% ritiene e sostiene che “dovrebbe prendere autonomamente le proprie decisioni”.
L’anti-trumpismo
È interessante osservare come questo orientamento prevalga nettamente anche fra coloro che esprimono un giudizio positivo su Trump: 61%. E ancor più nella base che esprime un giudizio positivo su Giorgia Meloni. Se osserviamo le preferenze di partito degli intervistati, la domanda di autonomia nelle scelte di politica internazionale appare maggioritaria dovunque. Da destra a sinistra. Al centro. Anche se il livello più ampio si osserva tra i simpatizzati di Avs, Pd e M5s. Ma è utile notare come il sostegno agli Usa risulti significativo anche fra chi è vicino a Italia Viva e +Europa. Dove, comunque, si arresta intorno al 25%. Cioè un elettore su quattro.
E ciò conferma come il sentimento “filo-americano” sia diffuso e ampio nella base di tutte le forze politiche. E che a metterlo in discussione sia anzitutto (anche se non solo) la leadership attuale. Per questo motivo assistiamo all’affermarsi non tanto di “anti-americanismo”. Ma “anti-trumpismo”.
Il ruolo dell’Ue
E ciò conferma come la “personalizzazione” sia ormai generalizzata, anche e forse ancor più se lo sguardo si allarga dai soggetti politici ai Paesi. Agli Stati. D’altra parte, i capi di Stato (e di governo) dispongono di risorse e di canali di comunicazione molto ampi. Tuttavia, ciò non giustifica il percorso della leadership Usa. E del suo presidente. Solleva, semmai, altre questioni. Per quanto mi riguarda, ne richiamo solo una. In ambito inter-nazionale. L’assenza dell’Europa. Dell’Unione europea. Che continua a essere un attore politico e istituzionale incompiuto. Più che “mediatore”, è rimasto a “metà strada”. Fra Usa e Russia. Cioè, oggi, fra Trump e Putin. Ma senza una “Europa davvero unita” i Paesi che ne fanno parte, come l’Italia, sono destinati all’irrilevanza e alla fragilità, sul piano inter-nazionale.