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 2026  maggio 25 Lunedì calendario

Claudio Velardi ricorda gli anni passati vicino a D’alema

La sera del faccia a faccia tra Berlusconi e Occhetto moderato da Mentana «la guardammo da un televisore in Puglia. Capimmo lì che avremmo perso. Vedendo Occhetto che soccombeva, D’Alema diceva “Dai, rispondigli!”. La stessa scena del film di Nanni Moretti riferita a lui, “D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!”. Qualche settimana dopo ero già a lavoro per fare terra bruciata attorno a Occhetto...».
Insieme a Chicco Testa, Claudio Velardi ha scritto un libro che – con la formula dello scambio di tante lettere – restituisce una storia sentimentale del Partito comunista italiano, con tanti aneddoti. Si intitola Siamo stati iscritti al Pci (Liberilibri). Nessuno dei due autori è ascrivibile al centrosinistra, nessuno dei due rinnega.
Velardi, è nato comunista?
«A 13 anni mi definivo fascista per fare dispetto a mio padre, tipografo, comunista moderato. Nemmeno cinque anni dopo ero uno dei leaderini della Federazione giovanile comunista di Napoli».
Cos’era successo in mezzo?
«Le ragazze al liceo Umberto giravano attorno a quelli di sinistra. In IV ginnasio mi diedi malato: sette giorni dopo, tornai a scuola comunista».

A Roma, nel 1975, con Umberto Minopoli quando nasceva la Fgci a guida D’Alema.
«Bastava sentirlo parlare: leadership allo stato puro. La sera giocavamo a Risiko. Noi imbrogliavamo, Massimo voleva vincere sempre».
Una volta tornato a Napoli?
«Chiesi tre volte di vedere il bilancio del partito. Alla quarta mi mandarono a fare il commissario Fgci in Basilicata. Lo ero già stato a Reggio Calabria dove allevai Marco Minniti, che prese il mio posto anche se suo papà, militare e di destra, non voleva».
Tornò a Roma con D’Alema vicesegretario, quando al congresso della «svolta» a Occhetto mancarono i voti per essere rieletto.
«Petruccioli, che doveva sorvegliare i voti in commissione elettorale, se ne andò a dormire. Io e Minopoli rifacemmo i nomi dei delegati nazionali potenziando l’area di D’Alema, quella migliorista e quella di Bassolino. Tutto scritto a penna, non si leggeva nulla e il giorno dopo fu il patatrac. D’Alema non sapeva nulla. Non sapeva mai nulla».
Lei sarebbe stato il capo del suo staff a Palazzo Chigi: i «Lothar», quasi tutti pelati.
«Tutto campato in aria, niente di scritto. Solo Nicola Latorre aveva un ruolo definito, capo della segreteria. Io ero diventato “consigliere politico”, carica mai esistita, e avevo chiamato Rondolino. Poi arrivò Cuperlo».
Volevate cambiare l’Italia?
«Non si cambia nulla solo da Palazzo Chigi. Quando D’Alema si dimise dopo le elezioni regionali del 2000, per me fu una liberazione».
Il vostro riformismo contro la Cgil.
«Al congresso del Palaeur, quando aveva preso di petto le posizioni radicali di Cofferati, D’Alema per un attimo ebbe in pugno l’Italia intera. Applaudì tutto il palasport, compresi Berlusconi e Fini. Durò un attimo».
In che senso?
«Usciti dal congresso, una delegazione di sindacalisti lo avvicinò per chiedergli conto di quelle parole, il solito spauracchio dell’accusa di “tradimento”, e il senso di quel discorso venne ricacciato indietro per poi sparire nel nulla».
Oggi dirige «Il Riformista». Nel 2002 ne fu con Polito l’inventore e il primo editore.
«Vivevo nel bluff del giornale ispirato da D’Alema. Non era vero ma lui non smentiva, sotto sotto gli faceva piacere».
Com’era l’essere usciti dalla stanza dei bottoni?
«Vissuto con realismo. Una sera ci trovammo a cena a casa di D’Alema. C’erano anche Ciampi e Benigni. Mi è rimasta impressa una frase che Massimo disse al regista, che aveva appena vinto l’Oscar con La vita è bella: “Roberto, tu e io abbiamo tanta vita davanti. Ma sappiamo entrambi che la cosa più importante della nostra vita ce l’abbiamo alle spalle”».