Corriere della Sera, 25 maggio 2026
Flotilla, l’Idf si «discolpa». Il presidente di Israele: «Ci stiamo imbarbarendo»
Parla alla cerimonia del premio che a Gerusalemme celebra l’«unione». Isaac Herzog è però costretto ad affrontare le divisioni che in questi mesi stanno lacerando il Paese. «Un processo terribile di imbestialimento – proclama il presidente israeliano dal palco – si sta infiltrando. Rischia di intaccare l’intera società». Denuncia «la terribile ondata di aggressioni perpetrate da bande senza legge» contro i palestinesi in Cisgiordania, condanna «gli atti brutali compiuti da un pugno di persone convinte che i detenuti o i sospetti non abbiamo diritti umani».
Il riferimento è alle violenze subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla, catturati in acque internazionali e trasferiti al porto di Ashdod prima dell’espulsione. Riferimento che Itamar Ben-Gvir, il ministro per la Sicurezza nazionale, coglie in pieno, come l’attacco ai coloni, di cui è tra i capi: «Un presidente che definisce bestie centinaia di migliaia di cittadini non è degno della carica». Era stato lui a diffondere un video in cui, circondato da guardie, umilia i partecipanti alla flotta che cercava di rompere il blocco navale alla Striscia di Gaza.
Le parole di Herzog sono state accolte positivamente anche dalla presidente dei senatori di Forza Italia Stefania Craxi, che le ha definite «un bene per tutti, in primis per Israele».
Identificare a quale pezzo delle forze di sicurezza appartengano le figure in divisa attorno a Ben-Gvir ha dato il via a un rimbalzo di responsabilità, dopo che il filmato e i maltrattamenti sono diventati un caso diplomatico internazionale. Fonti militari israeliane respingono «le accuse di abusi commessi dai soldati» e sottolineano che gli abbordaggi sono stati eseguiti da unità speciali: «Sulla nave dove sono stati trasferiti era stata allestita un’area con tutte le necessità che era controllata dal personale carcerario». Un portavoce di Tsahal spiega anche: «Il passaggio di responsabilità tra l’esercito e la polizia è avvenuto nel momento dello sbarco nel porto». Diversa la versione raccontata al Corriere da Dario Salvetti, operaio metalmeccanico del collettivo di fabbrica fiorentino ex Gkn, che era sulla barca Don Juan: «Le violenze sono cominciate fin dall’inizio, dal quando siamo stati presi in carico dai corpi speciali dell’esercito, ovviamente non sapevamo chi ci trovavamo davanti. Credo che gran parte degli abusi siano avvenuti sulle navi prigione, questo tentativo di dire che è stata solo la polizia è grottesco».
Intanto a Sirte non si hanno più notizie delle dieci persone entrate nella zona controllata dal generale Haftar per negoziare la ripartenza della Flotilla di terra. «Siamo in stato di allerta perché non sono tornati, tra loro ci sono due italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia» dice al Corriere Marco Contadini capo della delegazione italiana del Global Sumud Convoy. Per Maria Elena Delia, portavoce italiana della Gsf «potrebbero essere stati arrestati». Dalla Farnesina fanno sapere che l’unità di crisi segue attentamente la situazione. Il convoglio, formato da 300 persone tra cui 13 italiani, è in viaggio dal 14 maggio con ambulanze e camion di aiuti per arrivare a Gaza,