Corriere della Sera, 25 maggio 2026
Lo stallo di Donal all’estero e quello domestico
Trump ha detto ieri che non «affretterà un accordo» per porre fine alla guerra e che bisogna prendersi il tempo («Non possiamo commettere errori!»), dopo che una serie di membri del suo partito repubblicano hanno avvertito che potrebbe essere un «errore disastroso». Il presidente americano ha il problema di dover uscire da questa guerra in un modo che lo veda vincitore. Sogna un «reset» delle relazioni tra Stati Uniti e Iran (e addirittura una normalizzazione tra Iran e Israele) e in cambio promette grandi opportunità economiche, come con il Venezuela. È portato a credere che la crisi dell’economia iraniana offra una leva agli Stati Uniti e spera che Teheran alla fine ceda, anche se tutto indica che la Repubblica Islamica «pensi» in modo diverso.
Ovviamente tra gli alleati del presidente i «falchi» repubblicani sono profondamente scettici sulla possibilità di un accordo. «Il cessate il fuoco di 60 giorni, con la convinzione che l’Iran si impegnerà in buona fede, sarebbe un disastro. Tutto ciò che è stato realizzato dall’Operazione Furia Epica sarebbe stato fatto per nulla!», ha scritto su X il senatore Roger Wicker, che presiede la Commissione Forze armate al Senato. Altri colleghi gli hanno fatto eco: Lindsey Graham della South Carolina (un accordo potrebbe portare «a un grosso cambiamento nell’equilibrio di potere nella regione»), Tom Tillis della North Carolina (preoccupato che, anche se i pedaggi vengono rimossi, l’accordo confermi il potere di Teheran di aprire e chiudere lo Stretto di Hormuz come forma di deterrenza), il texano Ted Cruz, l’ex segretario di Stato con aspirazioni presidenziali Mike Pompeo. Anche il partito democratico usa la situazione per attaccare: i senatori Chris Van Hollen (Maryland) e Cory Booker (New Jersey) avvertono che lo scongelamento di fondi iraniani all’estero rafforzerebbe l’Iran e permetterebbe di «finanziare milizie per procura». È un rovesciamento delle accuse che Trump fece a Obama nel 2015 per aver scongelato 1,7 miliardi di dollari in cambio della sospensione di buona parte del programma nucleare iraniano.
Ma i funzionari Usa tendono a precisare che, anche se Teheran vorrebbe quei soldi (insieme alla rimozione delle sanzioni) subito, gli americani operano sul principio di «sollievo in cambio di azioni precise» e dunque assicurano che la stragrande maggioranza dei fondi (da versare in un fondo per la ricostruzione) potrebbero essere scongelati solo dopo un accordo finale (fase due). Lo stesso Trump è intervenuto su questo: se sabato, dopo una telefonata con i leader del Golfo, aveva scritto su Truth che l’accordo era «ampiamente negoziato», ieri ha affermato che se farà «un accordo, che non è stato ancora neppure pienamente negoziato» non sarà «come quello di Obama che diede all’Iran un sacco di SOLDI e un cammino chiaro e aperto verso un’arma nucleare». Ha poi attaccato «i perdenti che criticano qualcosa che non sanno nemmeno», ricordando che lui non fa «mai accordi negativi».
Il presidente viene tirato da una parte e dall’altra da alleati con richieste opposte: i falchi in patria (e Netanyahu) si preoccupano che l’accordo allenti la pressione economica e militare nel momento in cui il regime è più debole; il movimento Maga vuole che ponga fine alla guerra e pensi all’economia; i Paesi del Golfo lo spingono alla diplomazia per evitare nuovi attacchi contro le loro infrastrutture e riprendere a vendere petrolio, ma allo stesso tempo non vogliono un accordo che lasci all’Iran l’autorità di gestire lo Stretto e di continuare a usare minacce militari per ottenere ciò che vuole, anche dopo che i militari Usa lasciano la regione. Per uscirne la Casa Bianca sembra tentare un approccio multifase ai negoziati, anche se alcuni critici temono che ciò riduca la forza negoziale degli Usa. È stato fatto per la guerra a Gaza, facendo pressione per un accordo iniziale che fermasse i combattimenti e rimandando le questioni sul disarmo di Hamas e su chi governerà Gaza a un momento successivo. Sette mesi dopo, quei problemi non sono ancora risolti.