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 2026  maggio 25 Lunedì calendario

Netanyahu in contropiede spera ancora che salti tutto

In mezzo a due notizie sul nascente (e calante sulla testa di Bibi) patto Trump-Iran, la radio più ascoltata in Israele – quella dell’esercito – inserisce le voci dei Beatles che cantano «Don’t Let Me Down»: non mi mollare. Nei guai. Ormai Benjamin Netanyahu sembra aver superato le suppliche all’amico Donald ed è passato alle macchinazioni successive: vendere agli israeliani l’intesa ben lontana dalla «vittoria» che aveva promesso all’inizio delle due guerre (la prima a giugno dello scorso anno) contro gli ayatollah. Così verso il tramonto spiega che il presidente americano «non cederà sulla richiesta di trasferire all’estero l’uranio arricchito»; «non firmerà alcun accordo finale senza assicurazioni sullo stop al programma atomico»; «ha assicurato ad Israele libertà di azione contro Hezbollah in Libano». All’inizio di una giornata difficile, era intervenuto solo come «fonte anonima di alto livello». La prima reazione con il suo nome e la sua faccia (seppur ricreata dall’intelligenza artificiale) era arrivata via social media: «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare», tutto in maiuscolo, sullo sfondo un sole che sorge tra lui e Trump.
Il premier mette in bocca al leader americano quelli che sarebbero i suoi desideri – almeno a questo punto – visto che Washington ha ormai lasciato fuori dalla lista il blocco al programma missilistico dei pasdaran e la sospensione del sostegno a gruppi come Hezbollah e gli Houthi in Yemen. Ieri sera Netanyahu ha convocato il consiglio di guerra ristretto, perché continua a sperare che all’ultimo le trattative possano incagliarsi, lo stesso presidente americano ha ammesso: «Non ho fretta di firmare». I generali cercano comunque di prepararsi alla nuova situazione sul campo: il comando per il fronte Nord – ricostruisce il quotidiano Yedioth Ahronoth – sta cercando di capire come muovere le truppe che restano sotto gli attacchi con i droni lanciati dai paramilitari sciiti, mentre l’artiglieria e l’aviazione di Tsahal continuano a bersagliare il sud del Libano fino alla valle della Beqaa. Il regime di Teheran chiede che l’estensione del cessate il fuoco venga allargata ad Hezbollah, pretende che la Casa Bianca lo imponga all’alleato israeliano. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, lo ha confermato in una lettera a Naim Qassem, il leader dell’organizzazione: «Non vi abbandoneremo».
L’intesa che sembra emergere dalle varie rivelazioni non può soddisfare Bibi, che ha fatto della lotta contro lo sviluppo atomico voluto dagli ayatollah la missione della vita fin da quando è tornato al potere nel 2009 per rimanerci salvo un breve periodo all’opposizione durato 563 giorni. Che ha usato per scrivere l’autobiografia in cui ha voluto chiarire di non esser stato lui a fermare l’attacco contro i siti nucleari iraniani nel 2012: critica invece i vertici del Mossad e delle forze armate (in quel periodo guidate da Benny Gantz, adesso suo avversario), sarebbero stati «troppo preoccupati dai rischi» e per almeno un paio di volte si sarebbero opposti alla sua volontà di ordinare i bombardamenti. In questi mesi di campagna elettorale dovrà convincere i sostenitori nella destra che gli obiettivi sono stati raggiunti, il suo problema è averne indicati alcuni molto difficili da centrare, almeno secondo la maggior parte degli analisti (e l’intelligence americana). Soprattutto la caduta del regime a Teheran. Trump ha ripetuto che nessuno l’ha trascinato, che il piano era tutto suo, ha proclamato che la dittatura fondamentalista sarebbe crollata.
Se davvero l’operazione militare lanciata il 28 febbraio dovesse finire così, per carattere il presidente sembra però più incline a ricordare di essersi lasciato convincere (e da chi), piuttosto che ammettere di aver sbagliato.