Corriere della Sera, 25 maggio 2026
Trump ora frena sull’intesa. L’Iran: nodi da sciogliere
Il memorandum d’intesa che gli Stati Uniti e l’Iran sarebbero vicini a firmare prevede un’estensione del cessate il fuoco di 60 giorni, durante i quali lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto senza pedaggi, l’Iran rimuoverebbe le mine e venderebbe il suo petrolio grazie anche alla sospensione di alcune sanzioni. Insomma, i due «blocchi» navali, iraniano e americano, verrebbero rimossi dando sollievo sia all’economia di Teheran che a quella globale. E nel frattempo si negozierebbe sul programma nucleare iraniano, mentre le forze militari Usa resterebbero nella regione fino a una intesa finale. È l’accordo per fare l’accordo, di cui si parla da settimane.
Tuttavia, al momento, l’Iran non conferma i dettagli rivelati dagli americani sulla bozza anche se il ministero degli Esteri di Teheran ha segnalato che le «differenze si stanno riducendo». Un punto poco chiaro riguarda le riserve di 440 chili di uranio arricchito al 60%: l’Iran avrebbe inizialmente opposto resistenza a impegnarsi a consegnarle (vorrebbe parlarne nella seconda fase), ma gli americani avrebbero insistito che altrimenti salta tutto e dunque ci sarebbe stato un impegno verbale «sulla portata delle concessioni che l’Iran è pronto a fare a proposito della sospensione dell’arricchimento e la consegna delle riserve di uranio». Non è confermato da Teheran, ma non è impossibile: Obama nel 2015 ottenne che l’Iran spedisse le riserve di uranio in Russia (e potrebbero anche diluirlo). Alla Casa Bianca però non ci si aspettava che l’intesa fosse raggiunta ieri. Potrebbero volerci diversi giorni prima che la Guida suprema Mojtaba Khamenei lo approvi, hanno dichiarato i funzionari Usa e, pur dicendosi ottimisti, hanno riconosciuto che il memorandum potrebbe ancora una volta saltare. Non è poi detto che, se anche questa prima fase andasse in porto, si arriverebbe nei successivi 60 giorni a un’intesa di pace duratura, perché non sono ancora stati discussi punti più «caldi»: la moratoria sull’arricchimento (nei passati colloqui Washington chiedeva lo stop per 20 anni) e i missili di Teheran. Gli americani si dicono disposti a ridurre le sanzioni e scongelare miliardi di dollari iraniani all’estero in cambio di concessioni sull’arricchimento. Ma questo verrebbe discusso solo nella seconda fase: non ci sarebbero ancora impegni precisi. Ma Trump vuole concessioni maggiori di Obama nel 2015, e ieri ha ripetuto che quello fu «uno dei peggiori accordi mai fatti dal nostro Paese» e «una via diretta per l’Iran verso lo sviluppo di un’arma nucleare», sottolineando che l’attuale negoziato «è l’ESATTO OPPOSTO». «I negoziati procedono in modo ordinato e costruttivo – ha aggiunto – e ho chiesto ai miei rappresentanti di non affrettare un accordo» poiché «entrambe le parti devono prendersi il tempo per fare le cose nel modo giusto». Trump sostiene che il rapporto con l’Iran stia «diventando molto più professionale e produttivo. Devono comunque capire che non possono sviluppare o ottenere un’arma nucleare o una bomba». E auspica che un giorno Teheran possa unirsi agli Accordi di Abramo. Ha poi ripubblicato un tweet del presidente iraniano Pezeshkian: «Siamo pronti ad assicurare al mondo che non vogliamo armi nucleari».
Ma l’Iran ha sempre affermato che il suo programma nucleare è pacifico, rivendicando allo stesso tempo il diritto all’arricchimento dell’uranio e su questo non sembra pronto a cedere. Quando il segretario di Stato Rubio, ieri a New Delhi, ha affermato che «sono stati fatti progressi significativi, ma non finali» e che il mondo non dovrà più aver paura di un’arma nucleare iraniana, l’ambasciata di Teheran in India gli ha risposto ribadendo il diritto inalienabile alla tecnologia nucleare. Il portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei, ha dichiarato ad Al Jazeera che «gli americani devono accettare le condizioni dell’Iran, tra cui la fine della guerra, il pagamento di un risarcimento e la revoca delle sanzioni». Nel memorandum si chiarisce anche che la guerra tra Israele e Hezbollah in Libano finirà, condizione (non l’unica) su cui il premier Netanyahu esprime preoccupazione. La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e il premier britannico Keir Starmer «accolgono con favore i progressi» verso un accordo che riduca realmente l’intensità del conflitto, riapra lo Stretto di Hormuz e garantisca piena libertà di navigazione senza pedaggi», reiterando che «non si deve permettere all’Iran di sviluppare un’arma nucleare».