Il Messaggero, 24 maggio 2026
Intervista a Giorgio Pasotti
Questa sera su Rai1, alle 21.20, Giorgio Pasotti è il protagonista del tv movie Cercasi tata disperatamente di Laura Chiossone, con Elena Radonicich. Una commedia sull’amore e la famiglia dove lui è un vedovo con due figli adolescenti problematici e lei un’aspirante comica che si improvvisa governante-baby sitter per continuare a sognare di poter fare quel lavoro.
Questa intervista, ieri, l’attore bergamasco a Roma da quasi trent’anni l’ha rilasciata nel pieno di un trasloco, che come tutti – non ha preso tanto bene.
Questa, all’inizio, l’aria che tirava. «Mi sto spostando di 300 metri, sempre in zona Flaminio, dove ormai vivo da più di dieci anni, e sono a pezzi sia fisicamente che psicologicamente. Questa faticaccia mi sta devastando, a una certa non si dovrebbero più fare queste cose. E poi gli elettricisti, gli idraulici, i muratori...».
Si sposta perché doveva sposarsi, non se n’è fatto più niente, e la sua compagna la collega Claudia Tosoni, romana, 35 anni – l’ha messo fuori casa? È vero quello che si dice in giro?
«No. Dico solo che va tutto bene e siamo sempre una coppia. E cambiamo casa proprio per stare meglio come famiglia. Tutto qui. Il brutto di questo mestiere è che a volte si perde assolutamente il controllo della propria privacy e cose semplici – per via delle chiacchiere di certa gente – diventano complicatissime».
Certo. Solo che è stato lei a gennaio di quest’anno a salire, a fine spettacolo, sul palco del Teatro Alfieri di Torino dove lavorava la sua fidanzata, e inginocchiarsi davanti a tutti per farle la dichiarazione di nozze tra gli applausi del pubblico in sala.
«È vero. Comunque è tutto a posto, non sono stato messo fuori casa (ride, ndr). Ci spostiamo insieme».
Vi sposate o no?
«Sì, va tutto bene».
Come si è lasciato convincere da una commedia così leggera?
«Perché da qualche anno a questa parte tendo a fare ruoli antipatici e scomodi. In pratica, a mettermi nei panni di antieroi e mascalzoni zozzi e maledetti. Mi piacciono molto, ma quando mi hanno proposto questo ruolo, e ho letto il copione, ho riso tutto il tempo. Mi ha fatto star bene. E così ho accettato. Gli attori della mia generazione si prendono troppo sul serio. Me lo disse anche il grande Mario Monicelli. Con una pernacchia».
Una pernacchia?
«Sì, quella. Adoravo la sua leggerezza, era così colto e profondo che sapeva manovrarla meravigliosamente. Quella volta, ormai parecchi anni fa, a una cena con tanta gente importante ne fece una davanti a tutti mentre stavo per sedermi a tavola. Rimasi con gli occhi di fuori e a bocca aperta. E lui: “Voi giovani siete bravi ma tristi e sempre pensierosi. Sorridete, cazzo. Divertitevi”. Aveva ragione».
La recente cerimonia dei David di Donatello, per i quali lei è stato più volte candidato, l’ha vista? Sembra una specie di psicodramma in diretta tv.
«Sì, a casa con mia figlia. Era, come spesso succede, tutto sbagliato: dovrebbe essere uno spettacolo come gli Oscar dove si va e si festeggia in pompa magna il cinema e chi lo fa. Invece sembra una sala mortuaria dove tutti i presenti non vedono l’ora di scappare il prima possibile. Gli stessi presentatori sperano di finire presto per non annoiare. È come se si partisse già sapendo che è una cosa da fare per forza ma nessuno vuole davvero esserci. Non riesco a essere diplomatico, lo so, ma è stato terrificante ascoltare tutti quei proclami politici».
Aiutano a definire un attore “impegnato”, che fa sempre curriculum?
«Basta, è ridicolo. Il cinema deve far sognare – e riflettere, certo – e certi temi devono essere trattati in altre sedi e comunque non con semplici slogan. Lì non servono e infastidiscono il pubblico. Non a caso, i giovani scappano dal cinema italiano. Noi dovremmo preoccuparci di raccontare, anche all’estero, come i nostri predecessori, belle storie e rappresentarle al meglio, tornando ad avere quella leggerezza tipica del nostro Paese che non vuol dire superficialità ma straordinaria capacità di capire il pubblico, emozionandolo e coinvolgendolo. Dobbiamo avere più coraggio. Checco Zalone, bravissimo, non può bastare. Tolto lui, però, c’è il Mar Morto».
Il suo terzo film da regista, “Sotto a chi tocca”, tratto dal libro del catalano Jordi Galceran, nelle sale a ottobre, parla di antieroi e di posti di lavoro che saltano senza pietà, vero?
«Sì. E per me ho ritagliato il ruolo di una vera carogna. È una vicenda cruda che racconta della spietatezza della nostra società competitiva in maniera ormai malata, attraverso le dinamiche fra colleghi. È una bella storia che meritava di essere raccontata, ma non ho salvato vite umane. Nessuno di noi lo fa».
Dopo trent’anni il suo primo film è del 1997, “Piccoli maestri” di Daniele Luchetti – come si sopravvive in un mondo, quello del cinema, così in crisi?
«Diversificando. Da sei anni sono direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo, ho appena concluso un tour con un Otello che ho diretto e interpretato, accetto progetti leggeri, altri più seri...».
Si sente un po’ un cane sciolto?
«Sì, cosa che per me è un complimento. Non sono nei circoletti di cui spesso si parla anche perché nel mondo dello spettacolo ho quattro-cinque veri amici ai quali voglio molto bene. e basta. Diciamo che l’estrazione sportiva (Pasotti dal 1992 al 1995 ha studiato arti marziali e agopuntura a Pechino, ndr) non mi ha mai aiutato, diciamo così».
Perché?
«Perché c’è una sorta di avversione nei confronti di chi non appartiene al clichè dell’attore impegnato. Io venivo dallo sport, con il viso bellino e normale, un fisico particolare, e a dir la verità all’epoca non avevo una preparazione adeguata. Poi dopo tanta esperienza, tanti successi, mettersi anche a dirigere qualcuno è sembrato troppo. Diciamo che so cosa vuol dire sentirsi un underdog».
Però... Per caso le piace anche l’altra “underdog”, quella che sta a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni?
«Ecco, ho usato la parola sbagliata. Non parliamo di politica, per cortesia: mesi faper aver condannato chi augurava la morte alla figlia del nostro Primo Ministr, mi hanno dato del fascista».
Lei si sente in credito o in debito?
«Ho raccolto quello che ho seminato, quindi sono sereno e non mi lamento. Però forse il mio Abbi fede del 2020 poteva essere considerato meglio».
Cosa è successo?
«C’è stato del pregiudizio. Tanti hanno pensato: “Già è un miracolato a fare l’attore, adesso si mette a fare anche il regista?”. Fa niente. Il pubblico da anni mi riconosce e mi apprezza come professionista che dà sempre il massimo. E mi va benissimo così, sono stato fortunato. Sono anche sopravvissuto all’attentato che Muccino fece alla mia carriera (ride, ndr)».
L’attentato?
«Quando Gabriele girò Baciami ancora nel 2010 mi fece recitare con una parrucca assurda, capelli lunghi e radi raccolti in un codino. Una vera schifezza. Anche lui, in seguito, ha detto che conciarmi in quel modo è stata la più grande cazzata della sua carriera. Accorsi, Santamaria e Favino mi perculavano tutto il giorno (ride, ndr)».
Il suo peggior errore, invece, qual è stato?
«Forse presentarmi scarico e senza forze da Ligabue per il provino decisivo per il ruolo in Radiofreccia, che poi fece benissimo Stefano (Accorsi, ndr). La sera prima feci una seratina rock’n’roll bevendo e cazzeggiando fino a tardi. Luciano non mi prese, giustamente. E io per anni mi sono mangiato le mani».
Tutto qui?
«Vabbè, c’è la Porsche. A 29 anni me ne comprai una. Volevo togliermi lo sfizio, anche se non sono mai stato fissato con le auto. La ritiro e al terzo semaforo mi vedo riflesso in una vetrina. Penso subito: “Ma che cazzo hai fatto, coglione...”. Sembravo un calciatore. L’ho venduta tre mesi dopo».
E lo sfizio che si è tolto di recente?
«Un divano comodissimo. Ho quasi 53 anni e non volevo altro».
Dopo gli spot del Mulino Bianco, che nel 2017 girò con Nicole Grimaudo dopo quelli di Antonio Banderas, ne ha fatti altri?
«Sì, per un Prosecco. Bella esperienza. A Valdobbiadene fanno meraviglie (ride, ndr)».
"Cercasi tata disperatamente” fa parte di una collana di Rai Fiction e Pepito Produzioni che si chiama “Purchè finisca bene": quand’è finita male, invece?
«Ogni volta che ho scoperto che quelli che credevo amici non lo erano. Non mi è successo tante volte, ma è capitato. Una volta nel mio camerino ascoltai in vivavoce uno di questi presunti amici che parlava male di me. Mi feci sentire e quando realizzò tutto si ammutolì. Non ci siamo più frequentati».
L’ultimo stupore?
«Un mese fa. Dando via alcuni mobili della vecchia casa, è venuto a prenderli un signore, Umberto, per portarli da una donna anziana in difficoltà. Ci siamo conosciuti e da allora mi ha dato una mano nel trasloco con una dedizione e una generosità che mi hanno commosso. Con il cinismo che c’è in giro, un bell’incontro. Non credo che, come amico, lo perderò».