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 2026  maggio 24 Domenica calendario

Intervista a Caterina Banti

Caterina Banti, romana, classe 1987, è una delle grandi protagoniste della vela italiana. Specialista del Nacra 17, catamarano olimpico misto, ha formato con Ruggero Tita uno degli equipaggi più vincenti della disciplina: insieme hanno conquistato due ori olimpici, a Tokyo 2020 e Parigi 2024, quattro titoli mondiali – 2018, 2022, 2023 e 2024 – e quattro titoli europei: nel 2017, 2018, 2020 e 2022. Banti è laureata con 110 e lode in Lingue e Civiltà Orientali. 
Caterina Banti, perché si considera una sportiva poco mainstream?
«La mia è una famiglia di studiosi: un padre professore universitario di linguistica e glottologia, specializzato nelle lingue del Corno d’Africa. Una madre insegnante di inglese al liceo. Il mio primo anno di vita l’ho vissuto in Somalia, perché loro erano lì per lavoro, come cooperanti. A 6 anni ero in Etiopia, sempre per via dell’attività di ricerca di mio padre. Sono cresciuta in un ambiente internazionale, allenata alla diversità, quella che viene accettata, valorizzata».
Lo sport come è entrato nella sua vita?
«Grazie a mia madre, che ha collezionato iscrizioni ai corsi: dall’atletica all’immancabile danza classica, che vista la mia corporatura ha avuto vita breve. Ho fatto scherma per qualche anno e, poi, equitazione. Alla vela, in realtà, sono approdata abbastanza tardi, ho cominciato sul serio a 20 anni. Era mio fratello quello che andava in barca».
Nel frattempo si era iscritta alla facoltà di Lingue e Civiltà Orientali e ha imparato l’arabo.
«Noi siamo contaminati dalla cultura arabo-islamica, che è molto meno lontana di quanto si immagini. Ero affascinata dal mondo del Mediterraneo e dalle culture di riferimento: persiana, turca, turca-ottomana. Il nostro sistema numerico viene dall’India per tramite dei persiani, e poi degli arabi. Come gli scacchi. Ho studiato le religioni, l’origine dell’Islam. E ho approfondito il Settecento, l’epoca pre-moderna, per comprendere le radici dei movimenti fondamentalisti islamici. La mia idea era fare un dottorato. Però dentro di me avevo questa urgenza molto forte di competere, che non riuscivo a sfogare».
Dopo la triennale alla Sapienza, ha preso la laurea magistrale all’Università di Napoli l’Orientale, dove insegnava suo padre.
«Sicuramente il legame con lui è stato un fattore di motivazione forte, anche se spesso venivo apostrofata come la figlia del professor Banti. Per evitare imbarazzi, cercavo di presentarmi solo con il nome. Ma in quell’ateneo ci sono docenti molto validi. Tra gli altri, io seguivo il corso di islamistica del professore Roberto Tottoli, un luminare che poi è diventato rettore».
È vero che da ragazza ha sofferto di disturbi alimentari?
«È così, credo che sia giusto parlarne, certe fragilità non vanno trattate come uno stigma o una colpa. Ma senza enfatizzare. Moltissime donne hanno avuto problemi con l’alimentazione, soprattutto durante il periodo adolescenziale, quando si affronta un passaggio importante della vita. E non sottovaluterei il fenomeno tra gli uomini».
Dunque a 20 anni è salita sulla barca di suo fratello e lì è cambiata la sua vita.
«Ero un po’ gelosa. Ricordo che lo guardavo da terra, lui faceva le sue regate e io stavo lì: volevo, ma non potevo. Vela ed equitazione insieme, per le tasche dei miei genitori, non erano una spesa sostenibile. Qualcuno doveva scegliere. Finalmente, dai miei 20 anni, siamo andati in barca insieme. Dopo i Giochi di Londra è stato reintrodotto il catamarano. Il grande salto. Il mio allenatore dell’epoca, Matteo Nicolucci aveva visto qualcosa in me che io non vedevo».
Una campionessa.
«Ero scettica: “Ma dove vado a 25 anni? Devo finire gli studi, i miei genitori non mi appoggiano, devo trovare un lavoro”. Lui non si scompose, mi disse che c’erano atleti che avevano vinto i Giochi a 35 anni. In effetti il mio primo oro olimpico è arrivato a 34 anni».
I suoi genitori l’hanno ostacolata?
«Sono diventati i miei primi tifosi, ma all’inizio erano perplessi. Li capisco. Avevo fatto tutto un percorso, su cui loro avevano investito, e all’improvviso veniva azzerato. Mio padre mise dei paletti: “Vuoi regatare? Allora finisci gli studi e prendi tutti 30”. Li ho presi e sono andata ai Mondiali».
La prova che studio e sport sono una miscela vincente.
«Lo sport è uno straordinario strumento di inclusione. In un mondo polarizzato e divisivo, se andavi a parlare di Islam, se partecipavi a qualche manifestazione o affrontavi questioni di carattere religioso e politico, venivi in qualche modo stigmatizzata, etichettata. Nello sport ho trovato l’universalità delle mie materie. I tre valori olimpici del CIO sono amicizia, rispetto ed eccellenza. E lo studio mi ha dato soprattutto un metodo».
Dunque, non bastano allenamenti e talento per preparare le Olimpiadi?
«Nella vela, e nello sport in generale, il metodo è decisivo. Devi studiare il regolamento di regata, la meteorologia, la strategia. Ci sono tantissime componenti da mettere insieme: la preparazione fisica, la nutrizione, lo staff, le energie fisiche e quelle mentali. Poi c’è l’assetto dell’imbarcazione, di cui io non mi impiccio, perché ne sa molto di più il mio compagno, che è ingegnere».
Il suo compagno in barca è Ruggero Tita. È complicato calarsi in una disciplina mista?
«Sicuramente è stato sfidante. Ma se riesci a trovare una chiave per comunicare, e noi ci siamo riusciti, diventa un punto di forza. Uomo e donna si completano».
Come è nata la vostra coppia?
«Per caso. Da Trento lui era venuto sul lago di Bracciano a provare con un’altra ragazza. Voleva passare al Nacra 17. Da lì a un mese ci sarebbe stato il campionato italiano classi olimpiche e io ero rassegnata a non partecipare, perché il mio timoniere era impegnato in altre regate. Dopo una settimana mi arriva un messaggio di Ruggi: “Il mio prodiere si è infortunato, ti va di fare il campionato italiano insieme?”. Affittiamo una barca, ci alleniamo per due giorni e per poco non vinciamo il titolo contro il team che aveva partecipato alle Olimpiadi. Abbiamo avvertito subito una grande sintonia, perché insomma è una questione di feeling, di volontà, di quanto impegno ci metti. Sulle barche doppie, con un timoniere e un prodiere, è fondamentale essere coordinati. È come guidare una macchina in cui uno sta al volante, mentre l’altro spinge sull’acceleratore e cambia le marce».
Mai un momento di frizione?
«Ah, certo. Però da entrambe le parti c’è sempre stata la volontà di andare avanti. O, meglio, la volontà dell’uno ha spinto l’altro, e viceversa. Le tensioni e le difficoltà sono dietro l’angolo. Si passa tanto tempo insieme. Si condivide la pressione, che a volte è fortissima. Lo stress. Saltano totalmente le maschere, subentra la stanchezza. Sono curve fisiologiche nelle relazioni. L’importante è capirle, affrontarle e risolverle. Anche avvalendosi di un aiuto esterno, di uno psicologo dello sport. Noi ne abbiamo avuti tre, in momenti diversi. Sicuramente ci hanno aiutato. E poi, alla base del nostro rapporto, ci sono fiducia, stima e rispetto reciproci».
Lei fa la prodiera, il lavoro sporco e faticoso che di solito spetta a un uomo. Perché questa divisione dei ruoli?
«Perché, avendo cominciato tardi, non avrei mai potuto fare la timoniera ad alto livello. Lui ha una sensibilità che ha acquisito da quando aveva sei anni. Ed è un bravissimo timoniere, talentuoso. Io fisicamente sono una prodiera, tra virgolette, perfetta: per altezza, peso e prestanza. A me piace faticare, ne ho bisogno. E poi c’è l’aspetto caratteriale: se timoni un’imbarcazione che va a 20-25 nodi, più o meno 40-50 km/h, devi essere un decision-maker molto veloce, come i piloti di F1. Altrimenti ci metti a rischio. Ruggero ha questa freddezza».
Lei ha mai perso il controllo?
«Ci sono momenti di down in cui qualcosa ti sfugge. Nello sport, se si alza il livello, la differenza la fa la preparazione mentale. Quando mi chiedono: “Come ti senti dopo una vittoria?”, io rispondo che mi sento una persona come le altre, ma con un po’ più di consapevolezza, e con la voglia di rimettermi al lavoro per affrontare nuove sfide. L’obiettivo è il miglioramento continuo, e cercare di superare quei limiti che sono nella mia testa. Siamo pieni di bias, pregiudizi cognitivi, ed è un attimo trovare degli alibi per fermarsi davanti a quei limiti. Dobbiamo avere consapevolezza delle nostre emozioni, se vogliamo controllarle. La percezione di chi siamo nel mondo».
Questa percezione ce l’ha anche adesso?
«Non più come prima, perché sono fuori dal mio mondo».
Dopo Parigi ha annunciato il ritiro. Poi ci ha ripensato.
«Sì. Quando fai vita da atleta sei dentro le tue cose, con i tuoi obiettivi, le scadenze, la routine, la squadra. Sei abituato a determinate dinamiche. Poi entri nel mondo normale, e innanzitutto cambiano le tempistiche: impari che esiste l’attesa. Ci sono decisioni che dipendono da altri, gerarchie da rispettare. Ma a destabilizzarti è l’assenza di concretezza e spesso di merito. Nello sport ad azione corrisponde reazione. Se hai lavorato bene, o meno bene, il riscontro è la classifica. In altri ambienti i meccanismi sono diversi. Hai la sensazione che non sempre sia la competenza a pagare».
È per questo che si preparerà per i Giochi del 2028, le sue terze Olimpiadi?
«Sono tornata in barca perché mi mancava. La fiamma non si è mai spenta. E ho messo a posto una serie di problemi fisici che erano venuti fuori e di cui non riuscivo a capire l’origine. Dopo Parigi ho pensato: fisicamente sono finita, basta, faccio altro. E invece era un problema facilmente risolvibile. Così nella mia testa è scattato qualcosa. Inoltre fino ad agosto 2027 sarà un impegno intermittente, perché il mio compagno di barca sarà coinvolto nella Coppa America. Poi lavoreremo full-time per Los Angeles».
Non rischia di distrarsi dall’obiettivo?
«No, ho l’occasione di mettere a fuoco un tema a cui tengo molto: la transizione di carriera. Per noi atleti la fine della carriera sportiva è un momento cruciale, complicato, perché entri nel mondo del lavoro con un’età senior, ma con un’esperienza da junior. Il nostro valore aggiunto sono le soft skills maturate nell’attività agonistica, come la capacità di far squadra, di trovare soluzioni in un lasso di tempo breve, di gestire le tensioni. Meritiamo delle opportunità perché possiamo dare una mano».
E lei come immagina la sua seconda vita?
«Mi piacerebbe dare un contributo allo sport come dirigente. È un percorso lungo: da quasi due anni sono in consiglio federale nazionale e in un comitato della federazione internazionale di World Sailing. Nel frattempo, ho concluso il Corso in Management Olimpico al Coni, con un periodo di applicazione alle Olimpiadi di Milano-Cortina, e ho fatto un executive master alla Luiss Business School in Public Affairs e Relazioni Esterne. Il rapporto pubblico-privato nel mondo dello sport è cruciale e volevo capirne meglio le dinamiche con un percorso di formazione adeguato. Infatti le federazioni sono soggetti giuridici privati, il Coni è un ente pubblico, Sport e Salute è una società per azioni a controllo pubblico. Il CIO è una fondazione privata, poi ci sono il ministero per lo Sport, il Dipartimento per lo Sport, le associazioni, i club, gli sponsor. Interagiscono diversi stakeholder».
E la laurea in lingue orientali?
«Non la butto certo nel cestino. I Paesi arabi si stanno aprendo tantissimo alla sport industry. E oltre all’arabo, parlo francese e inglese. Mi torneranno utili».
Gli ori ai Giochi si somigliano?
«A Tokyo era tutto nuovo, una scoperta. E forse non avevo piena consapevolezza di chi ero, di dove potevo arrivare. Il Covid aveva un po’ attutito le aspettative. Preparare Parigi è stato un percorso più tortuoso, ma di maggiore maturità: vincere è difficile, rivincere di più. Quando ti metti al collo un oro olimpico, non è affatto facile tornare con i piedi per terra. Hai una visibilità che non sei abituato a gestire. Ti fanno sentire un dio ma non sei un dio. Percepisci un senso di vuoto. E siccome lo sport è qualcosa di concreto, alla fine vai a sbattere contro un muro. Dopo Tokyo abbiamo cominciato a perdere alcune gare, abbiamo preso certe sveglie memorabili. L’ambiente esterno, i soldi, le relazioni: per un periodo, fortunatamente breve, mi è sfuggito il controllo. In quelle situazioni non ricordi più il motivo per cui sali su una barca. Che nel mio caso è il senso di libertà. L’unico posto in cui mi sento davvero me stessa».
Come vi siete ritrovati?
«Nel 2023 abbiamo rischiato di non qualificarci per le Olimpiadi. Al test-event di Parigi avevano selezionato un equipaggio più giovane, che noi avevamo visto crescere. La tappa successiva era il Mondiale che assegnava il posto alla nazione. Ci è stato detto: l’unica chance che avete per andare ai Giochi è vincere il Mondiale».
E l’avete vinto.
«Esatto. Ci siamo ritrovati grazie a Ruggero. Fu lui quella volta a propormi di andare da una psicologa dello sport, per una terapia di coppia, tra virgolette. Senza di lui saremmo affondati».
Avrebbe voluto essere la quota rosa in America’s Cup?
«Sinceramente, no. In realtà, già per la Coppa America di Barcellona, ero stata contattata in occasione delle Women Series. Ma volevo stare concentrata sulle Olimpiadi, che si disputavano un mese prima. Per me valevano molto di più. In ogni caso il professionismo nella vela oggi non la considero un’opzione. Ho altri progetti: preparare Los Angeles 2028 al meglio, la famiglia, e costruire una carriera lavorativa oltre a quella sportiva».