la Repubblica, 23 maggio 2026
Samurai Jay parla del nuovo album
«Ossessione in realtà è una metafora: parla della mia passione per la musica, delle tante volte in cui in questi anni mi è stato detto di “correre, correre, correre”. Ecco, si sbagliavano». Con quella faccia un po’ così, di chi sa di averla fatta grossa, Samurai Jay – ovvero Gennaro Amatore, classe 1998, da Mugnano di Napoli – scopre le carte. Ossessione è la vincitrice morale dell’ultimo Sanremo, appena 17esima in classifica ma la più venduta e ascoltata fuori dal Festival, e la più trasmessa in radio. È il pensiero intrusivo di milioni di italiani e ora traina un album, Amatore (esce il 22 maggio), pronto per l’estate e che segue la scia: ritmi latini, brani d’amore leggeri e autoironici dove il nostro vince e perde, comunque se la gode, tra decine di donne tra gli ospiti (tra cui la madre stessa) e nei testi, in un zigzag stile Lou Bega in Mambo No. 5. Soprattutto, si capisce, c’è la sensazione, bella, d’essersi lasciati alle spalle un momentaccio. «Però il Festival l’ha vinto Sal Da Vinci, ci tengo a dirlo».
E lei?
«Io mi sono divertito, era ciò che cercavo. Sapevo solo che Ossessione era un pezzo forte: quando l’abbiamo scritta con il mio gruppo di lavoro, già ai primi accordi, sentivo una certa magia nell’aria. Il resto l’ho visto nel pubblico – bambini, madri, anziani – e in come a sua volta si stia divertendo. È l’indicatore più puro e, se anche sia riuscito a donare un momento di leggerezza, significa che ho fatto qualcosa di buono. Me lo spiego così, il suo successo».
Come si spiega, invece, il “solo” 17esimo posto in classifica?
«Il 17 è La Disgrazia, ci ha portato bene. Mentre Conti leggeva la classifica, arrivati al 18esimo, il mio driver ha cantato Salirò di Daniele Silvestri, come augurio. Ci siamo fermati subito dopo. Era destino».
Le ha cambiato la vita nel quotidiano?
«Sì e no. Nel senso, non appena tornato a Mugnano di Napoli c’è stato il delirio, ma ora la vita è di nuovo quella di sempre: vado a fare la spesa, lavoro, sto al bar in piazza con gli anziani del posto, a cui vorrei offrire il caffè, ma si offendono e allora me lo offrono loro».
Non vive a Milano?
«Ci ho pensato, ma sono innamorato del mio paese e non riesco ad andarmene. Essere cresciuto in una realtà così piccola mi ha dato gli stimoli – banalmente, ci si deve inventare tutto – e mi tiene con i piedi per terra. Essere provinciale è un plus».
In Ossessione, per dire, ha duettato con Belén Rodríguez. Che effetto fa, a un “paesano” come lei, essere parte del jet set?
«Mi diverte, in lei ho trovato un’amica. È venuto naturale e per gradi: nell’originale la voce era di una mia amica cilena, poi ho pensato che fosse una bella idea coinvolgere Belén, che si è prestata. Mi diverte questa idea del “correre, correre, correre” e di lei che dice “facciamo lento”».
È un doppio senso.
«Questo non lo dico io. Tutta Ossessione è una metafora del mio rapporto con la musica: per una vita mi hanno detto che c’era solo da correre, ora ho capito che non bisogna avere fretta».
“Quando mi ripetevo tutto passa, chiuso in quella stanza, dove mi mancava pure l’aria”, canta in La legge del karma, che apre Amatore, l’unico pezzo introspettivo. Ci siamo persi qualcosa?
«Ho avuto un’adolescenza tormentata, poi poco prima dei vent’anni ho trovato il primo successo, nei club di Napoli e dintorni, dove facevamo bei numeri. Venendo da una famiglia molto umile, non appena ho visto un po’ di gloria non ci ho capito niente: non sapevo che la carriera fosse fatta di salite e discese, al primo intoppo mi è crollato il mondo addosso».
Che anno era?
«Verso il 2020, quand’è uscito Lacrime, il mio primo album: già una settimana dopo è scattato il lockdown, intanto avevo litigato con il mio produttore di allora e di fatto mi ero arenato. Quindi, mi sono ripreso nel 2021, con Bye Bye. Poi di nuovo il buio, stavolta ancora più scuro. È ciò che di cui parlo in La legge del karma: il problema – ma l’ho capito poi – è che non mi divertivo più. Infatti, dico, essere stato al Festival a “divertirmi” è stato il vero trionfo. Tutto comunque aveva ripreso a girare dalla scorsa estate, con Halo».
Ora che ha capito?
«Credo che dovrò convivere sempre con l’ansia, ma ho imparato a gestirla: se sento dei campanelli d’allarme, so come muovermi; non mi monto la testa, non perdo di vista il lavoro, disinnesco tutti quei meccanismi con cui rischio di farmi male da solo. E poi, ho capito che è inutile farsi problemi: ero tormentato dal giudizio degli altri, di che cosa potessero pensare di me al primo fallimento, ma in realtà alla gente non-frega-niente; se il pezzo è buono, come Ossessione, spacca, se è fuori fuoco, come altri che ho composto nel 2024, non va. Punto».
Nella copertina di Amatore riprende la scena di Mediterraneo, in cui Abatantuono rischia di essere investito da un aereo. Come mai?
«Quell’aereo, come anche nel film, rappresenta i demoni del passato, che inseguono il protagonista. Nella cover io corro via e neanche mi volto: è la corsa di Ossessione, ma senza fretta, solo dritto verso i miei obiettivi, senza guardarmi indietro. Musica lenta e continua».
Un sogno?
«Un successo internazionale non mi dispiacerebbe».
Comunque ne stiamo parlando così, ma Amatore è un disco estivo, allegro.
«Ma certo. È il mio respiro di libertà: è pieno di autoironia, che è la chiave della salvezza; pieno di canzoni d’amore su relazioni di salite e discese, in cui mi diverto; e pieno di donne, gli ospiti sono solo al femminile, da Serena Brancale e Federica Abbate».
E sua madre, in Si teng a te. L’ha portata anche a Sanremo, che rapporto avete?
«È il mio mito, una voce incredibile e una persona di una creatività straordinaria. Era destinata a questo mestiere, purtroppo mio nonno non ha voluto. Lei si è “vendicata” con due figli artisti: io che faccio il cantante, mio fratello che è un dj. È la nostra prima sostenitrice: sui social condivide tutte le nostre cose, l’altra sera mi ha chiamato felice perché al Grande fratelllo ha sentito Ossessione. Non poteva che mettere al mondo un Amatore».
È innamorato?
«Vorrei, ma al momento credo che non avrebbe spazio nella mia vita. Però questo è un disco pieno d’amore. Io amo le donne».
Pensa che certe canzoni possano veicolare messaggi misogini?
«Ciascuno è libero di fare come crede, a patto di assumersene le conseguenze. In un momento di odio come questo, personalmente, penso sia importante dare messaggi d’amore».
Si sente un rapper?
«No, lo sono stato agli inizi, ma non mi ci sono mai sentito. Sono un musicista, Amatore è un disco suonato, amo la musica latina. Però odio le etichette e non capisco queste distinzioni fino in fondo: mi sembrano problemi soprattutto italiani».
La rivedremo a Sanremo?
«Non lo escludo. La scorsa estate mi ha portato la canzone giusta: vediamo se succede di nuovo».