la Repubblica, 23 maggio 2026
Anita Raja ricorda Christa Wolf e analizza "Cassandra"
«Ma io sono Europa. L’Europa non può essere difesa contro una guerra atomica. Essa potrà soltanto sopravvivere come un tutto o perire come un tutto». Così scriveva Christa Wolf, verrebbe da pensare ieri. E invece era il 1984 quando per la prima volta vennero pubblicate le Premesse a Cassandra, il volume che raccoglie le quattro lezioni che la grande scrittrice – nata nel 1929 in Polonia e scomparsa nel 2011 a Berlino – tenne nel 1982 all’Università di Francoforte. Un testo meraviglioso e di sorprendente attualità pensato come una preparazione a Cassandra, il romanzo che l’ha resa celebre. Fra tre anni Wolf avrebbe compiuto cento anni. E in vista di questo anniversario le edizioni e/o che l’hanno portata in Italia, stanno ripubblicando la sua opera. I primi testi in una nuova edizione sono Cassandra e Premesse a Cassandra che dicono tutto sulla sua poetica: la letteratura come testimonianza, come interrogazione della memoria. A rivedere le sue stesse traduzioni è Anita Raja, voce italiana di Wolf. Ma anche sua grande amica. Raja – nata a Napoli nel 1953 da madre tedesca – ha appena vinto la Goethe-Medaille 2026, uno dei maggiori riconoscimenti della Germania in ambito culturale. Nella sua carriera ha tradotto tra gli altri Kafka, Ingeborg Bachmann, Jakob e Wilhelm Grimm. Italianista, è diventata una brillante traduttrice quasi per caso mentre preparava le schede di lettura per la piccola casa editrice allora appena nata e/o. Moglie dello scrittore Domenico Starnone, collegata dalla sua casa di Roma, è pronta a spiegare perché oggi più che mai ha senso rileggere Wolf. A patto, però, di rispettare la “premessa” a Raja: non chiederle più se è davvero lei Elena Ferrante. Raja ha sempre negato e di questo argomento non intende più parlare. Su Wolf invece ha tantissimo da dire.
Ha tradotto “Cassandra” per la prima volta quarant’anni fa: cosa ha significato per lei rivedere quel lavoro?
«Ho fatto lievissime modifiche. Però va detta una cosa: non esiste la traduzione definitiva. Le traduzioni sono sempre parziali, sono molto legate al momento in cui vengono fatte, sono influenzate da quello che siamo, da quello che abbiamo letto, dalla sensibilità del tempo, dalle contingenze storiche».
Christa Wolf ha detto: “In un momento della vita, al momento giusto, bisogna pur credere all’impossibile”. Chi era Wolf?
«È stata una grande scrittrice. Un’autrice novecentesca, con un’idea forte della letteratura come testimonianza, cosa che oggi si è perduta».
È stata un’intellettuale tra le più discusse della Germania dell’Est.
«Era nata nel ’29 ed è stata bambina e adolescente sotto il nazismo. Ne ha visto la caduta, era tra i tedeschi che fuggivano dall’altra parte dell’Oder, dai russi, e poi si è trovata in quella che successivamente è diventata la Germania dell’Est. Ha creduto inizialmente con molta convinzione che avrebbe potuto essere un Paese dove realizzare ideali di uguaglianza, che fosse in qualche modo l’incarnazione di una Germania che aveva fatto i conti col passato».
Con la caduta del Muro fu accusata di aver collaborato con la Stasi durante gli anni universitari.
«Dopo l’iniziale entusiasmo si era progressivamente distaccata dalla Ddr alla fine degli anni ’70 quando fu tolta la cittadinanza a Wolf Biearmann, che era un cantautore molto critico. A differenza di altri intellettuali e scrittori Wolf però non ruppe mai e restò fino all’ultimo in un ruolo di progressiva marginalità e mantenendo i contatti con molti intellettuali dall’altra parte, come Heinrich Böll. Quando aprirono gli archivi della Stasi venne fuori che per un periodo molto breve era stata considerata un’informatrice informale, ma dopo un paio di incontri era stata ritenuta poco attendibile. Un episodio che ha condizionato la lettura della sua opera e cancellato il fatto che lei stessa è stata oggetto di spionaggio per 30 anni come racconta in Che cosa resta».
Come vanno letti i suoi libri a cominciare da “Cassandra”?
«È innanzitutto un testo sulla ricerca di un’identità. Cassandra è la storia di una donna educata alla subalternità, all’obbedienza, al non vedere, a sottacere. Una donna che poi comincia a guardare le cose come stanno, ma non riesce a dirle, non riesce a raccontarle, fino a quando si scioglie dai vincoli. La rottura dell’appartenenza Wolf la racconta in tutti i suoi libri. Cassandra riesce a dire di no anche ai troiani, al padre. E a questo punto la rottura è con tutto: è anche una storia di forte disagio politico».
Quando uscì fu un successo.
«È stato un libro dirompente, anche in Italia. Ha seguito suoi canali paralleli perché evidentemente dava risposte a un pubblico che si interrogava sulla propria identità».
Già dalla prima pagina genera una forte immedesimazione.
«L’io che narra si fonde con il personaggio, cioè noi. Una cosa molto potente».
Cassandra porta avanti una forma di apprendistato al dire di no?
«Tutte le protagoniste di Wolf, non solo Cassandra. Anche Medea, Nellie in Trama d’infanzia: Wolf racconta sempre personaggi che non si adattano, non conformi».
Quanto è forte in “Cassandra” il tema del corpo?
«Lei vuole il dono della veggenza che significa acquisire un potere: all’inizio è essere come i maschi. Solo dopo si rende conto che invece è arrivare a vedere e dire di più».
“Cassandra” e “Premesse a Cassandra” si possono definire testi femministi?
«Wolf non amava le etichette. Ma la quarta e ultima lezione di Premesse scritta in forma di lettera a un’amica pone la base teorica di questo libro: cioè il fatto che è necessario rileggere la letteratura, i classici, perché c’è sempre stata una lettura maschile. Bachmann è una specie di prototipo dell’autrice che nel suo modo cifrato, da poetessa, ha raccontato questa difficoltà di definire se stessi in presenza di una storia, di una lingua che ti esclude: è necessario elaborare nuove forme per dirsi».
Lei e Wolf siete state amiche?
«Non solo amiche: lei è stata la mia porta alla lingua tedesca. Mia madre era tedesca, ma con noi parlava in italiano. Quando ho tradotto Cassandra le ho scritto, sono stata a Berlino; poi lei è venuta in Italia e si è creato subito un rapporto umano molto importante. Pensare che quando ha vinto il premio Mondello ne ha devoluto metà a me che all’epoca ero proprio una ragazzetta».
Ricordi?
«In Premesse a Cassandra c’è questo testo di Bachmann bellissimo, che lei cita, una poesia: per me tradurla era una cosa insormontabile. Ricordo una giornata, un pomeriggio, con lei e il marito, tra l’altro un critico letterario molto esperto, a parlarne. È stata una lezione».
Perché secondo lei Wolf scelse di restare al contrario di altri intellettuali?
«Ha sempre temuto lo sradicamento. Era combattuta tra il desiderio di evasione e la paura di non potersi esprimere pienamente in un luogo diverso: senza la propria lingua, i propri luoghi, le proprie memorie, che cosa sarebbe successo?».
Christa è Cassandra? Perché rileggerla oggi?
«I suoi libri sono una fondamentale analisi dei meccanismi della guerra e un monito affinché non si ripeta. Cassandra pur essendo tragico è l’evocazione di un altro mondo possibile. A un certo punto dice che tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere».