corriere.it, 24 maggio 2026
Giampaolo Manca ricorda gli anni in carcere
«Ero giovane ma già ricercato dalla Polizia, così mi rifugiai da amici a Milano. Ma a San Siro giocava il Milan con il Cagliari e di nascosto ci andai. Finì due a due con doppietta di Gigi Riva: la sera mi chiama mio fratello gemello Fabio: la tv ti ha appena inquadrato allo stadio, mi dice, adesso sanno tutti che ti nascondi a Milano…».
E la catturarono?
«Sì, ma vent’anni dopo. I carabinieri mi ammanettarono in via Chiesa Rossa ancora con garze e cerotti sulla faccia perché mi ero fatto una plastica facciale per cambiarmi i connotati…».
Giampaolo Manca, 72 anni, metà dei quali passati in galera, ex esponente della Mala del Brenta che terrorizzò il Veneto negli Ottanta e Novanta, a Milano ha vissuto da latitante e da carcerato. Ci torna domenica alle 21al Cinema Teatro Martinitt di via Pitteri 58 per presentare «Il Doge: il ritratto di una redenzione», docufilm in bianco e nero che racconta la sua storia di uomo e di criminale con la regista Gianna Isabella Magliocco che è anche la sua compagna. Da novembre riempie le sale dei cinema del Veneto («Questo film non è Gomorra, ma la storia di un uomo che si è perso, ha pagato e ora cerca riscatto»), quella di domenica sarà la sua prima cinematografica in città. Da uomo libero.
Giampaolo, quanto è stato in carcere a Milano? «Sono stato per otto anni nella sezione dell’Alta Sicurezza di Opera in una cella quattro metri per due e mezzo. Mi lavavo con l’acqua fredda del lavandino e docce di gruppo a giorni prestabiliti. Mi ha salvato il teatro».
In che senso?
«Entrai nella compagnia teatrale che Teresa Pomodoro aveva fondato nel carcere di Opera: recitavamo i grandi classici, davamo un senso alle nostre giornate. Livia, la sorella di Teresa, era un magistrato rigidissimo. I detenuti avevano paura di lei, si è ammorbidita quando è diventata presidente del tribunale di sorveglianza. Quando hai nelle mani la vita dei detenuti vedi le cose anche da un altro punto di vista».
Anche lei in carcere si è improvvisato avvocato.
«Conoscevo bene il codice penale, sapevo come scrivere le istanze per i detenuti. Ne ho fatto scarcerare tantissimi. Quando arrivavano detenuti nuovi li portavano da me e mi dicevano: zio, è arrivato un mio amico, per favore potresti leggere le sue carte, vedere cosa puoi fare? Gli avvocati mi odiavano perché io, al contrario loro, lo facevo gratis».
Chi c’era in carcere con lei?
«Tutta gente da 41bis: mafia, camorra, ndrangheta. E terroristi come Mario Tuti che ora fa l’educatore con i tossicodipendenti in Toscana. Ho visto anche Fabrizio Corona piangere: voleva fare il guappo con gli albanesi ma prese un sacco di botte».
C’era anche Renato Vallanzasca.
«Ci volevamo bene ed era milanista come me. Mi confessò di avere preparato un piano per rapire Marco Van Basten e chiedere il riscatto. I suoi lo pedinarono per mesi. Rinunciò perché non voleva fare un favore all’Inter».
Come è stato il primo giorno nel carcere di Opera?
«Ero già abituato alle galere. Non mi fece né caldo, né freddo. Arrivai dal carcere di massima sicurezza di Palmi, il ministero mi riclassificò di Alta sicurezza e mi portarono a Opera».
C’è qualcuno a cui deve grazie?
«Ai volontari che vengono gratis per donarti quell’amore che in carcere non c’è. Ti facevano sentire come se tu facessi parte di una famiglia. Ricordo soprattutto quelli di Rinnovamento nello Spirito Santo. Una volta libero andai ad una loro conferenza, c’erano 10mila persone,. Dissero: la storia di Giampaolo è la testimonianza che Dio c’è».
Oltre a presentare il film cosa le piacerebbe fare a Milano?
«Mi piacerebbe tantissimo parlare nelle scuole, meglio ancora ai detenuti del Beccaria».
Per dire cosa?
«Quello che dico nel mio docufilm: che non puoi pensare di avere tutto e subito nella vita, che devi sacrificarti per raggiungere quello che desideri, ma soprattutto che non devi seguire la mia strada perché porta dritta all’inferno».