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 2026  maggio 24 Domenica calendario

Giulio Bertelli parla della sua passione per la vela

Nel nome del padre, con una personalissima onestà nel raccontarsi. Giulio Bertelli, milanese, classe ‘90, è il vicepresidente di Luna Rossa che a Napoli, nel 2027, vuole Coppa America e storia.
Il suo contributo, Giulio?
«Io non lavoro nel gruppo ma tutto nasce da un aspetto familiare. Dopo Barcellona 2024 mio padre mi ha chiesto di occuparmi di Luna Rossa in questo nuovo ruolo. Io sono una persona molto privata, rispetto a mio fratello Lorenzo che è in azienda. Il mio è sempre stato un ambito tecnico-sportivo: a Auckland, nel 2021, ero responsabile di parte della meccatronica del volo. Beh, insomma, mio padre mi ha parlato a modo suo: a modo suo e anche a modo mio, perché siamo entrambi un po’ particolari. Voleva capire se potevo seguire il team, che poi per me è casa. Ho accettato con dei paletti».
Quali?
«Mi interessa impegnarmi ad aiutare il team Luna Rossa. Max Sirena e molte persone che ci lavorano ormai sono amici cari: sono qui per dare il mio contributo per vincere a Napoli, l’anno prossimo. Non voglio interessarmi della parte commerciale e degli sponsor, su cui continua a lavorare Lorenzo in relazione con l’azienda Prada. Il mio è un ruolo anche affettivo: faccio le veci di mio padre. Nel board di Acp, la nuova società creata tra defender e noi sfidanti, sediamo io e Max».
Non una decisione di pancia ma di cuore, quindi.
«Un passaggio di consegne dato per scontato da tutti ma non da me. Chi mi conosce sa che sono molto indipendente, con tante passioni: ho studiato architettura, ho presentato un film da regista a Venezia. Però, crescendo, bisogna fare i conti con le situazioni… Io poi ho un problema: amo la Coppa America, che da quasi trent’anni fa parte della mia famiglia. Affetti e vela ormai sono totalmente mischiati, è difficile distinguere. Ci vorrebbe uno psicologo!».
Ha risposto sì anche per senso del dovere?
«Sono aziendalista per cultura: è chiaro che il team l’ha fondato mio padre, non c’è da parte mia alcun senso di competizione. Spesso mi chiedo: qual è la sua sensibilità rispetto a questo tema? Cioè, io lo voglio fare anche per lui, perché alla fine se esiste Luna Rossa e c’è una forte corrente di vela italiana è per merito di Patrizio Bertelli, non mio».
Questa è la sesta campagna: l’obiettivo, avendo conquistato Vuitton Cup 2000 e Prada Cup 2021 è vincere.
«I puristi direbbero che di America’s Cup ne abbiamo fatte due, nel 2000 e nel 2021, quando abbiamo regatato per un trofeo che risale al 1851. Ero un bambino a Auckland nel ’99-2000. Andò così bene che da lì in poi c’è sempre stata l’aspettativa che vincessimo. È ovvio che è una ferita che fa male non esserci ancora riusciti. Sulla barca c’è anche il nome di mia madre e di un’azienda importante con una reputazione molto importante. C’è sempre stata l’idea di fare le cose a modo nostro, con un’etichetta».
Vincere sì, ma non ad ogni costo e in qualsiasi modo.
«Avevo nove anni, ma ricordo benissimo quando Russell Coutts venne da noi per provare a vendere a Luna Rossa il pacchetto dei velisti e delle competenze neozelandesi che poi sarebbero convogliate su Alinghi. Mio padre disse: no grazie. Sarebbe stato snaturare Luna Rossa».
Quale è il suo primo ricordo in barca a vela?
«Sull’Ulisse, un Sangermani, in vacanza. Mi svegliavo molto presto, uscivo nel silenzio, percorrevo la coperta e andavo a sedermi a prua».
Qual è il suo primo ricordo di Luna Rossa?
«Milano, casa nostra: mio padre che sviluppa la linea rossa parlando di branding e prodotto».
La gioia e la delusione più grandi?
«Tutto a Auckland, nel 2021, la prima Coppa con gli Ac75 che useremo a Napoli e la mia terza campagna: io quella in cui ci siamo ritirati non la conto, come mio padre. Tra l’altro, lì ricevetti l’offerta di un altro team…».
Quale?
«Non lo dirò mai. Non so neanche se mio padre lo sa… Ovviamente rifiutai e andai a navigare su Maserati con Giovanni Soldini. Per tornare alla sua domanda, alla Coppa di Auckland arrivammo con una barca molto veloce: in pochi mesi il team Luna Rossa fece un salto avanti incredibile. Quando abbiamo vinto la Prada Cup, è stato il momento più felice».
Ma pochi giorni dopo, in America’s Cup contro i kiwi, anche più doloroso.
«Esatto. Quella coppa noi potevamo vincerla: potrei raccontarle le regate a memoria. Alla fine abbiamo perso perché abbiamo fatto 2-3 errori di troppo, che facciamo ancora fatica a digerire».
La democrazia di Acp le piace? Non snatura la Coppa?
«Non vuole essere una polemica, ma giusto per chiarire: per fare l’America’s Cup, Luna Rossa ha dovuto entrare nella partnership. Una volta dentro, facciamo e faremo di tutto per migliorare l’evento. Non si può rimanere ancorati al passato».
Peter Burling è il timoniere in grado di cambiare una squadra, come CR7 o Messi?
«Ci sono velisti a cui interessa solo timonare, altri più tecnici, altri ancora più di carisma. La cosa pazzesca di Pete è che è un martello: sa quello che vuole, non molla mai. E ha la capacità di parlare con ogni dipartimento, tecnico, sportivo o strategico, con una lingua diversa e appropriata».
Un altro martello è Marco Gradoni, che a 22 anni qui a Cagliari mette in riga tutti.
«Marco è fenomenale: velocissimo, con una sensibilità incredibile. Vuole solo due cose: regatare e vincere».
Potrebbe essere il Jannik Sinner o il Kimi Antonelli di Luna Rossa?
«I paragoni sono quelli. È freddo e multitasking: sa pensare più cose contemporaneamente, e bene».
E lei, Giulio, tra dieci anni cosa si vede fare?
«Navigare in Oceano, fare un altro film, avere una mia azienda più grande... E non ci vedo contraddizione. Ho possibilità incredibili per la fortuna di essere nato in una famiglia in cui non devo pensare come arrivare a fine mese: per tanti anni ho provato un senso di vergogna per questa cosa. Un senso di profonda vergogna. Pian pianino sto smettendo di averlo: le persone che mi vogliono bene mi stanno facendo capire quanto sia una risorsa e non un problema, ed io sto iniziando ad accettarlo. Seguire più progetti non è una colpa però cerco di tenere le cose a compartimenti stagni perché comunque nelle persone c’è sempre l’idea che, se fai più cose, le devi per forza fare maluccio. Conosco i miei limiti: come velista non ho mai pensato di essere Burling... Parliamoci molto chiaro: se io non fossi Giulio Bertelli non sarei qui oggi. Ma poi, di base, c’è un legame con la famiglia e con mio padre, nello specifico. E quindi, se saremo così bravi da vincere per l’Italia l’America’s Cup per la prima volta in 173 anni di storia, io farò di tutto per assicurarmi che Luna Rossa la vinca ancora e ancora e ancora per 132 anni di fila, come gli americani. Le ho risposto?».