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 2026  maggio 24 Domenica calendario

Palma d’oro, il bis di Mungiu

In una premiazione segnata da tolleranza e appelli alla pace, vince Cristian Mungiu per Fjord, alla seconda Palma d’oro dopo quella per il film d’esordio, nel 2007. Ora parla dell’integrazione che collide in Norvegia, e ci interroga su una famiglia del suo paese, la Romania, tradizionale e religiosa nella laicità intollerante del grande Nord: «Il mio film parla dei cambiamenti, è importante che li facciamo anche noi, in queste società così radicalizzate».
Il Gran prix della giuria va a Minotaur del dissidente russo Andrey Zvyagintsev (che inciampa sulle scale), è un affresco del suo paese, corrotto e violento, sullo sfondo della guerra, ma in primo piano c’è un tradimento amoroso risolto in modo sordido, alla Dostoevskij: «Il massacro in Ucraina deve finire e l’unica persona che può farlo è Putin». Ex aequo alla regia: Fatherland di Pawel Pawlikowski, sul ritorno in patria di Thomas Mann nella Germania del dopoguerra: in 1 ora e 22 c’è tutto, Storia, arte, politica, dinamiche familiari; e poi a La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, su cosa significa essere gay in Spagna in tre epoche diverse: «Abbiamo reso omaggio alle sofferenze» degli omosessuali, con le loro storie sottotraccia. Sette film sui 22 in gara erano storie gay.
Sul fronte attrici e attori la giuria raddoppia. Virginie Efira e Tao Okamoto (rivendicano «la resistenza a tutto ciò che non è amore»), per Soudain di Hamaguchi Ryusuk, che era il favorito: tempi dilatati (3 ore e 20), due donne, una direttrice di una casa di cura alla periferia di Parigi impegnata in un innovativo metodo assistenziale, e una regista teatrale giapponese filosofa, devota al metodo Basaglia. I due attori premiati sono ragazzi sconosciuti e sono quelli di Coward, ballata queer di Lukas Dhont, la bella gioventù francese mandata al massacro nella prima Guerra mondiale, allietata da canti e balli, e il tenero amore tra due soldati omosessuali, Emmanuel Macchia e Valentin Campagne: «Questo film parla dell’importanza di ballare e vivere». Premo della giuria a The Dreamed Adventure della tedesca Valeska Grisebach che indaga un microcosmo tra Bulgaria, Grecia e Turchia, dove tutto si paga in nero, gli attori, in un’aura da neorealismo balcanico, sono presi dalla strada, un’archeologa tra la malavita locale, facce rugose come una mappa geografica, corrose dal tempo, ci dicono la verità su quei luoghi, è il postcomunismo in una terra di confine. La sceneggiatura va a Notre Salut di Emmanuel Marre («sono solo parole, il premio va a tutti») che è anche regista della storia di suo bisnonno, un opportunista che nella Francia di Vichy, dà prova di fedeltà al nuovo ordine, nazista seguendo la corrente.
A mani vuote Almodovar, troppo macchinoso Amarga Navidad per la critica meno preconfezionata: Pedro non ha mai vinto la Palma d’oro.
Missing Barbra Streisand, premio alla carriera (manda un videomessaggio per dire che impiegò 15 anni per fare Yentl), ha portato il certificato medico e ha chiesto che a ritirarla fosse Isabelle Huppert, che ha speso tutti gli aggettivi del mondo per l’attrice che ha dato buca, il festival col broncio sospettoso le augura una pronta guarigione.
Mancavamo noi, in un’edizione con film da 150 paesi, Non c’è stata l’Italia e nemmeno l’America, con i suoi blockbuster: in compenso ci sono stati tanti grandi film. Levano le tende i 40 mila accreditati e i 600 lavoranti.
Cannes rinomina la spiaggia pubblica «Brigitte Bardot», vicina di casa, viveva a St.Tropez, è scomparsa lo scorso dicembre: ora sarà consentito l’accesso ai cani, «in determinati orari», per richiamare la causa dei diritti degli animali che l’attrice ha sostenuto con passione fino alla fine della sua vita. Il Giappone e la Spagna avevano 3 film in gara, la Francia, ingorda, 6, e fuori concorso, 5 su 7 sono d’Oltralpe; 11 film sui 22 in gara durano oltre 2 ore.