Corriere della Sera, 24 maggio 2026
Vivian Lamarque ricorda la sua infanzia
Anni Cinquanta. Milano. Giro d’Italia. Viali in attesa, caldo fermo che blocca sospiri. Quando passeranno le bici, sarà il loro vento a spostare i capelli della gente che guarda. Alla bambina Vivian non interessano quelle biciclette. Ma ci sono eventi che ritmano i ricordi anche di riflesso. «I cortili di Milano erano pieni di bambini che giocavano, li osservavo per ore dal balcone, quando c’era il Giro d’Italia erano tutti chini a quattro zampe sullo Stivale disegnato col gesso a tirare tollini contenenti figurine di ciclisti. Un bel giorno, meraviglia delle meraviglie, nei giardinetti in fondo alla via, dove prima c’erano solo altalene e scivoli, comparve una straordinaria pista in cemento per biglie, con ponti e ponticelli, era un incanto, ne ricordo ancora oggi i colori. Ci giocavamo anche noi bambine, le mie in curva uscivano dalle sponde, i maschi ci battevano sempre».
Vivian Lamarque, cosa ricorda di quei Giri?
«Mi piacevano soprattutto i nomi difficili come Anquetil, Koblet e mi piaceva anche Gaul perché lo chiamavano l’angelo della montagna. Ho ricordi soprattutto radiofonici, una voce che commentava, sempre uguale, quasi una musica per le orecchie. A scuola, tra bambini: “Tu a chi tieni? A Coppi o a Bartali?”. Era la prima domanda rivolta ai “nuovi”. Un flash ce l’ho».
Quale?
«In campagna. Aspettavamo da tanto le biciclette, eravamo un po’ sotto il livello stradale. Vidi solo ruote e grandi piedi. Battevamo tanto le mani».
La sua poesia che più è vicina a Milano?
«Milàn brütta bèla, non mi pace più tanto, ma il titolo sì. Il 1972 è l’anno in cui ho scritto di più, in una casetta con giardino al QT8, il nostro vicino era il Mago Zurlì. Ma c’era troppo silenzio. Dopo vent’anni mi sono trasferita in una casa con otto corsie d’auto sotto le finestre, mi fanno felice. Anche corso Buenos Aires mi farebbe molto bene».
In bicicletta ci sa andare?
«Ho imparato tardi, ero già alle medie, con i cuginetti, d’estate. Poi un intervallo di una decina d’anni. Ho ripreso quando il QT8 non aveva ancora la fermata MM, insegnavo in via Dante, facevo Corso Sempione e poi attraversavo il parco, andare in bici un po’ mi faceva paura, ma molto mi piaceva. Ancor più bello era portarci i nipotini Micol e Davide. Oggi invece di pedalare mi sono abbonata alla rivista BC. Tra le rubriche anche storie di scrittori in bici. Quella di Elio Vittorini che nel 1944, mentre trasportava bombe a mano nascoste in un cesto della bicicletta, in viale Sarca forò…».
Ci cita dei suoi versi per questi tempi violenti?
«Come un Covid /nuociamo al mondo / Dove noi passiamo / trema il prato / a nome di tutto il creato. Primo Levi ci aveva comandato di non dimenticare. E ora pare che tutto si stia sfacendo».
Lei ha qualche volta confessato che ama scrivere in treno, perché?
«Mi piace tanto guardare fuori dal finestrino, sono una specie in estinzione, i viaggiatori guardano tutti solo il computer, io guardo tutti e due. I panorami mi entrano nel pennino. Alzo tutte le tendine, ma poi subito le riabbassano anche quando non ci sono riflessi. Una sezione delle mie poesie è intitolata “Poesie ferroviarie” (Se sul treno ti siedi al contrario / con la testa girata di là / vedi meno la vita che viene / vedi meglio la vita che va)».
Il premio Strega Poesia, che ha vinto, le ha cambiato qualcosa?
«Non nella poesia. Ma dentro, qualcosa inaspettatamente è scattato. Sul mio certificato di nascita c’era scritto padre ignoto, oggi è come se fosse ignoto un po’ meno (a 26 anni l’avevo trovato, ma solo per una mezz’oretta), sono stata “riconosciuta”. Grazie Strega».