Corriere della Sera, 24 maggio 2026
Trump e il dietrofront sulle armi a Taiwan: così Pechino si rafforza
Nella guerra fra l’Iran e gli Stati Uniti inizia a profilarsi il vincitore. Si trova a Pechino.
Tre mesi di crisi nel Golfo hanno elevato il profilo diplomatico e rafforzato gli strumenti di pressione della capitale dalla quale molti dei protagonisti delle crisi aperte stanno passando in questi giorni. Non è solo Teheran a prestare ascolto alla Cina, anche perché quest’ultima è il cliente quasi esclusivo del suo petrolio e fornisce all’Iran tutte le tecnologie essenziali.
La rete di contatti ora è più vasta e soprattutto visibile. La scorsa settimana Donald Trump era in Cina, ospite di Xi Jinping. Questa settimana è stato il momento di Vladimir Putin. E ieri ha iniziato una visita di tre giorni negli stessi palazzi su piazza Tienanmen il premier del Pakistan Shehbaz Sharif, anche per parlare della crisi iraniana.
I risultati per la Cina stanno diventando tangibili. Giovedì il segretario alla Marina Hung Cao ha annunciato al Congresso che gli Stati Uniti metteranno «in pausa» gli aiuti militari per Taiwan. Cao – nativo di Saigon, figlio di un esponente di governo del dissolto Vietnam del Sud – occupa il suo posto ad interim dopo le recenti dimissioni forzate del predecessore John Phelan. Al Congresso ha detto che gli Stati Uniti per ora fermeranno le consegne di armi a Taipei, un pacchetto da 11 miliardi di dollari già varato più uno da 14 miliardi in approvazione «per garantirci di avere munizioni per Epic Fury (la guerra all’Iran, ndr)».
Ieri alla Reuters una fonte dell’amministrazione ha smentito la motivazione, non la sostanza. «Queste operazioni impiegano degli anni e non sono collegate a Epic Fury», ha precisato. E quale che sia il motivo, è una svolta. In passato, i leader americani si erano sempre rifiutati di discutere con la Cina delle implicite garanzie di sicurezza di Washington nei confronti di Taiwan e dei relativi dettagli. Invece non solo Trump ha accettato che Xi sollevasse il tema durante il vertice fra i due la scorsa settimana, ma ora è chiaro che ha anche permesso al leader cinese di esercitare un diritto di veto di fatto sulle forniture militari americane a Taipei.
La Casa Bianca non era mai stata così influenzabile e non è un caso che lo sia ora, quando le pressioni di Pechino sull’Iran servono a trovare una soluzione che salvi la faccia a Trump. Che la mano di carte del tycoon sia più debole, si era già percepito dopo il vertice quando Trump aveva detto a Fox News: «Quando guardi alle probabilità, la Cina è un grande Paese molto, molto potente e quella (Taiwan, ndr) è una piccola isola. È a 59 miglia dalla costa, noi siamo a 9.500 miglia». Al netto dell’imprecisione – Taiwan è a 81 miglia dalla Cina continentale – la Casa Bianca inizia così ad abdicare alla sua storica ambiguità su come potrebbe reagire a un’aggressione cinese contro Taipei. «Dovremmo viaggiare 9.500 miglia per combattere una guerra – ha detto Trump a Fox News —. Non miro a quello».
Per gli Stati Uniti la rinuncia alla deterrenza su Taiwan non sarebbe solo una svolta. Sarebbe un rischio sistemico: l’isola produce materialmente circa il 90% dei semiconduttori avanzati per l’AI, che imprese americane progettano senza avere la capacità di realizzarli. Il controllo sull’isola consegnerebbe a Xi un altro strumento di coercizione sull’economia internazionale, tanto quanto l’attuale controllo degli elementi raffinati da terre rare.
Certo almeno prima del gennaio 2028, quando a Taiwan si eleggono il presidente e il parlamento, sembra improbabile che Xi ordini un attacco aperto. Se vincessero i nazionalisti del Kuomintang, favorevoli ad un riavvicinamento con Pechino, la presa di controllo di fatto potrebbe avvenire senza una guerra. Hong Kong in questo è un modello: due sistemi, un solo potere politico. Intanto Xi può fare leva sulla debolezza e la fretta di Trump, che ha bisogno del suo aiuto sull’Ucraina tanto quanto sull’Iran. Il presidente americano – secondo vari osservatori informati – vorrebbe celebrare i 250 anni degli Stati Uniti il 4 luglio proclamando di aver messo fine a entrambe le guerre. Sarebbe il suo viatico per le elezioni di midterm a novembre. E nessuno ha potere di pressione sul regime di Teheran e su Putin tanto quanto Xi.
Anche Trump però sta cercando di misurare il proprio. Con lo stesso argomento usato al Congresso dal capo della Marina Huang Cao – l’imperativo di conservare gli arsenali – in questa fase la Casa Bianca studia la sospensione anche delle limitate vendite di armi ai governi europei per l’Ucraina mantenute fino ad ora. Kiev sarebbe più esposta alle pressioni americane perché accetti una tregua anche ineguale e pericolosa. Come Xi, Putin non poteva chiedere di meglio di un presidente americano azzoppato da un’altra guerra fallita nel Golfo.