Corriere della Sera, 24 maggio 2026
Trump, la scelta di disertare tutti gli impegni: «Brutto momento»
Presidente, sta perdendo il controllo del Senato? «Non lo so, davvero non lo so». Una settimana che era iniziata con conferme del suo ferreo controllo sul partito, parziale consolazione a fronte del desolante andamento del conflitto con l’Iran, è finita con una mezza rivolta del Congresso contro la Casa Bianca. Ma anche così si fa fatica a credere che a dire queste cose sia stato un Donald Trump da sempre sfrontato, allergico all’ammissione di errori o sconfitte.
Ancora più strane le parole che ha usato, parlando coi giornalisti, per giustificare la scelta di disertare il matrimonio del primogenito, Donald Jr. e la rinuncia anche al consueto weekend di golf: «Sarei dovuto andare ma sarà una cerimonia molto piccola, intima, privata, e questo, voi lo sapete, non è un buon momento per me. C’è quella cosa chiamata Iran e altro. Dicono che non posso vincere. Se vado (al matrimonio, ndr) mi farete a pezzi, se non vado mi farete a pezzi con le fake news».
Perché queste spiegazioni poco sensate? Perché rinchiudersi da solo alla Casa Bianca (non ci sono Melania e nemmeno il fido Marco Rubio, che è in India) durante il lungo weekend del Memorial Day, tradizionale momento di break vacanziero? Un Trump ferito dai venti di ribellione del Congresso e dalle analisi di esperti anche conservatori che parlano di vittorie militari tattiche in Iran che sfociano in una sconfitta strategica, prepara una sortita spettacolare? Nuovi attacchi contro l’Iran? Sposta l’attenzione altrove mettendo nel mirino una Cuba ormai allo stremo? O cerca di chiudere a tutti i costi la pace con Teheran, anche accettando un accordo lontano dalle sue richieste iniziali pur di riaprire Hormuz, provare a normalizzare i mercati dell’energia prima delle elezioni di midterm di novembre e arginare l’onda di impopolarità della guerra che lo sta travolgendo? Gli annunci dello stesso Trump della notte vanno in questa direzione, anche se le tante «false partenze» delle scorse settimane inducono alla prudenza.
Ancora nel pomeriggio c’era chi parlava di possibili attacchi, del richiamo di militari in vacanza per il Memorial. Ma, come ha scritto Robert Kagan su Atlantic, da tempo gli esperti sono convinti che la guerra è di fatto finita il 18 marzo quando Trump, spaventato dalla determinazione di Teheran a fare più danni possibile prima di soccombere (l’attacco agli impianti petroliferi strategici del Golfo), ha proclamato la tregua. Certo, erano possibili nuovi blitz dimostrativi, ma non un vero ritorno alla guerra.
Anche perché nei due mesi di tregua il regime di Teheran ha ricostruito la catena di comando e ha ripristinato gran parte della capacità missilistica. E infatti un senatore molto vicino al presidente, Lindsey Graham, nel pomeriggio raccontava che molti alla Casa Bianca stavano premendo su Trump per fargli accettare l’accordo sul tavolo, anche se le sue richieste non sono state soddisfatte: vista l’impossibilità di imporre le condizioni americane ad ayatollah e pasdaran, meglio voltare pagina ora, col voto ancora abbastanza lontano.
Prima della svolta annunciata da Trump si era ipotizzato un attacco a Cuba. Prelevare Raúl Castro come è stato fatto con Nicolás Maduro? Magari un diversivo, ma un altro attacco deciso tagliando fuori il Congresso costerebbe caro. E, poi, quella è una partita più di Rubio che di Trump.
Che si è isolato anche per frustrazione, coi suoi stessi consiglieri che lo criticavano perché, continuando a consumare vendette contro i repubblicani che giudica non abbastanza fedeli, sta perdendo la maggioranza in Parlamento e lascia mano libera ai democratici. Trump sembrava chiuso in una rancorosa ricerca di terreni di rivincita. Pubblicava post a raffica sui record di Borsa, il calo della criminalità. Altri col suo faccione minaccioso che spunta dietro le montagne della Groenlandia. Poi il frettoloso annuncio di un accordo, mentre scriviamo non ancora confermata da Teheran, sempre più convinta di avere il coltello dalla parte del manico.