Corriere della Sera, 24 maggio 2026
Iran, l’annuncio di Trump: «Accordo ormai fatto»
Già altre volte era sembrato che Stati Uniti e Repubblica islamica fossero arrivati fin lì, sulla soglia di un’intesa. Abbastanza vicini da intravederne i contorni, ma sempre con la sensazione che bastasse poco, una dichiarazione, perché tutto saltasse. Ieri la giornata era cominciata con l’impressione che si andasse più verso le bombe che verso un accordo. Poi, in serata, è arrivato un post di Donald Trump, su Truth: «L’intesa con l’Iran è stata ampiamente negoziata. Gli aspetti finali sono attualmente in fase di discussione e verranno annunciati a breve». Subito dopo, la frase che il mondo aspettava: «Lo Stretto di Hormuz sarà aperto». Seguita da una precisazione da Teheran, non confermata dala Casa Bianca: sotto la gestione iraniana.
A far sperare che la trattativa avesse imboccato una direzione positiva erano state, prima, le parole di Esmail Baghaei: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha spiegato che Washington e Teheran sono nella «fase finale» della stesura di un memorandum d’intesa e che l’accordo, con ogni probabilità, rinvierà la discussione sul programma nucleare, il nodo più complesso. «In questo momento, la nostra attenzione è rivolta alla fine della guerra», ha detto. Le posizioni delle due parti, «si stanno avvicinando». Dal lato americano, il segretario di Stato Marco Rubio, in visita ufficiale in India, ha dichiarato che «sono stati fatti progressi» e che «potrebbero esserci novità». E ha aggiunto: «Proprio mentre vi parlo, si sta lavorando». Anche Trump, intervistato da Cbs, informava che i due fronti si stavano «avvicinando molto» e che «ogni giorno va meglio».
Dietro le quinte, la macchina diplomatica si è rimessa in moto con un’intensità che non si vedeva dall’inizio del conflitto. Il feldmaresciallo pachistano Asim Munir, figura chiave di questa crisi, ha lasciato Teheran sabato dopo una visita notturna definita dai mediatori di Islamabad «molto produttiva».
Trump ha telefonato all’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, per discutere degli «sforzi regionali per stabilizzare il cessate il fuoco». Ha poi chiamato i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia e Pakistan. Secondo una fonte informata, diversi di loro lo avrebbero esortato ad accettare l’accordo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto un analogo giro di telefonate con i Paesi del Golfo. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha sentito i suoi omologhi in Egitto, Qatar e Oman. Per la prima volta, è sembrato che tutti si muovessero nella stessa direzione.
A Washington la giornata ha assunto il ritmo delle ore decisive quando il vicepresidente JD Vance è stato richiamato dall’Ohio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth da West Point.
I contorni di ciò che potrebbe contenere l’intesa sono cominciati a emergere verso sera. Oltre a Trump, anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha fatto sapere che il memorandum dovrebbe includere la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma anche la revoca del blocco navale americano e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Secondo l’agenzia Fars, il controllo di Hormuz resterebbe in mano all’Iran. A questa prima cornice dovrebbe seguire un periodo di negoziati di trenta o sessanta giorni per definire un accordo più dettagliato. Sull’uranio, Baghaei è stato netto: «Se in fasi successive discuteremo di questioni nucleari è una cosa a parte». Teheran vuole prima la fine della guerra, su tutti i fronti, Libano compreso. Il nucleare, per ora, viene dopo.
C’è poi Israele. Netanyahu ha convocato sabato sera una riunione di sicurezza. Trump ha detto che il premier israeliano non sarebbe «preoccupato» dell’intesa: «La telefonata è andata bene». Poco prima, però, aveva riconosciuto che non tutti guardano alla tregua nello stesso modo. «Alcune persone preferirebbero un accordo e altre la guerra», ha ammesso.