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 2026  maggio 23 Sabato calendario

Simone Moro parla dell’alpinismo

Cosa significa tornare con i piedi per terra dopo aver compiuto un’impresa adrenalinica. Lo spiega l’alpinista bergamasco Simone Moro ospite di Fabio Volo nell’ultima puntata di «Kong», ieri (venerdì 22 maggio), su Rai 3. Il programma è stato trasmesso dalla Torre Branca di Milano, alta 108 metri. Moro è salito sulla montagna più alta del mondo, l’Everest (a 8.848 metri), quattro volte.
«Lì vedi la mano del grande architetto – commenta l’atleta -. Devi avere la sensibilità di un tombino per non percepire che c’è qualcosa, che ognuno chiama come vuole. I commenti degli ultimi astronauti provano che sono stati tutti toccati dalla magnificenza della vista del pianeta. Dall’Everest la vedi ed è una percezione lunare. Non pensavo che rimanendo con i piedi sulla Terra potessi vederla. Quanto siamo somari a devastarla. Siamo dei pirla, ma la natura è più forte». Volo gli ha chiesto, una volta arrivati in cima, quanto si resta. «La volta che sono stato di più – racconta Moro – è stata un’ora e mezza perché ero arrivato prima dell’alba. Quando è spuntato il primo raggio di sole, mi sono girato e ho visto l’ombra dell’Everest proiettata verso l’India e me la sono goduta». 
L’alpinismo è uno sport che si sceglie per passione. «Ho capito – dichiara l’alpinista – che per essere felice devo volermi bene, se mi negassi solo per dei doveri castrerei il fuoco che deve ardere. Un uomo felice è un papà e un amico felice». I genitori, quando era piccolo, lo portavano in vacanza sia al mare sia in montagna. «Papà – riferisce – nel ’72 è stato campione di ciclismo su strada e la bici mi è sempre piaciuta, ma è uno sport faticosissimo. Scalare l’Everest è un privilegio, sono sofferenze che cerchiamo, che sono diventate un lavoro. Arrivi a toccare delle cose che non pensavi facessero parte del mondo che ti sei cercato». Poi chiarisce che la vetta non è il traguardo. «Il bello deve ancora venire – spiega -, quando sono in cima apro le finestre alla felicità poi devo chiuderle. Si riparte subito». 
La discesa è la parte più difficile e rischiosa. «Sei stanco – afferma -, sono tante ore che sei in quota senza respiratore. Se vali 100 a terra, a ottomila metri perdi dal 90 al 92% delle capacità e vali 8, hai allucinazioni. Siamo una macchina che va a ossigeno e zuccheri. Senza, sbarelli». E fa un esempio. «Conto quanti passi riesco a fare: sotto gli ottomila dai 5 ai 7 passi, mi fermo un minuto e così via e quando giro i tacchi, fai 15 passi e ti fermi un minuto. Nel 2007 mi sono messo a piangere: ero a 198 metri dalla vetta di fronte al K2, che stavo tentando di raggiungere in inverno. Mi sono fermato e sono tornato indietro. Erano le 14, mi ci volevano minimo due ore, ma avrebbe fatto buio. Sarei entrato nell’ultima fase della mia vita». Secondo Moro, il segreto è «avere una sacra ambizione che non sia né cieca né sorda: avrei scritto la storia – dice – ma non sarei tornato a casa». E fa una rivelazione choc: «Contavo quanti amici avevo perso, ma a 50 mi sono fermato. Alcuni sono mancati perché dovevano arrivare in cima. Questo ti frega».