Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 23 Sabato calendario

C’erano una volta i motel, gli amanti clandestini e i trasfertisti

Ha compiuto cento anni qualche mese fa: era il 12 dicembre del 1925 quando il primo motel della storia, il Milestone Mo-Tel Inn di San Luis Obispo (California), accolse il cliente numero uno. Prezzo per la notte: un dollaro e venticinque. Quasi certamente l’avventore era un nomade della febbre dell’oro, la grande corsa al sogno americano incarnato nel film di Charlie Chaplin uscito proprio in quell’anno. 
Sì, perché i motel nacquero negli Anni Venti del secolo scorso negli Stati Uniti come punti di sosta agili e accessibili per quella fiumana di persone che si spostava incessantemente da costa a costa, alla ricerca chi dell’oro, chi della fama, chi di un salario decente.
Niente parcheggio, zero sicurezza, poch(issim)e domande. Solo un letto e un bagno, a volte una radio. L’ideale per le migliaia e migliaia di senza lavoro che qualche anno dopo la Grande Depressione spingerà di nuovo nelle strade alla ricerca randagia di un impiego. Nel 1964 i motel negli Stati Uniti erano più di 61 mila, incentivati non poco dalla rete autostradale dell’Interstate system. Oggi sono meno di quindicimila e anche in Italia, dove comunque questo tipo di alloggio non ha mai attecchito più di tanto, la crisi è evidente.
L’ultimo grido di dolore è arrivato da Capriate (Bergamo) dove il GuglielMotel, oltre trent’anni  di storia conclusi a gennaio 2025 con i sigilli alla struttura, è alla sua terza asta, in balìa di un destino fosco.
Impossibile non notarlo uscendo dal casello: i corpi di fabbrica larghi, l’insegna gigante, un ristorante. In liquidazione sono finite anche le tante storie che ha visto passare attraverso le sue 137 camere. Storie leggere come i passi danzanti e impazienti degli amanti clandestini o più pesanti e intorpiditi come il sonno dei tanti trasfertisti che negli anni si sono lasciati giudiziosamente convincere a fare una sosta prima di arrivare a Milano.
Amore o lavoro: in fondo i motel sono stati la risposta a questi bisogni tanto semplici quanto urgenti. Prezzo basso, comodità e senso di libertà ne hanno poi disegnato la fisionomia, anche letteraria: è nei motel che si consuma il dramma umano di Humbert Humbert, eroso dall’ossessione per la giovanissima Lolita. 
Ma è anche nei motel che registi come Hitchcock e romanzieri come King hanno riscritto un genere: da oasi di sosta e riposo queste stanze si trasformano in trappole mortali, pensiamo solo a Psycho. Ed è stato un grande pittore del Novecento a coglierne il senso di profonda solitudine: Edward Hopper, non a caso, era un attento osservatore delle trasformazioni sociali e aveva intuito che il capitalismo stava trasformando le persone in tante monadi, come quelle stanze a ore che punteggiavano le grandi autostrade americane.
Autostrade che fino a non molti anni fa – e non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa – infornavano legioni e legioni di famiglie in partenza o di ritorno dalle vacanze. 
Altro aspetto importante: i motel, proprio per la loro natura occasionale, erano perfetti per cadenzare lunghi viaggi. Che, forse, oggi non facciamo più o li facciamo in modo diverso: aerei, treni, tour operator e un ventaglio infinito di «esperienze» organizzate hanno trasformato anche la vacanza. Per non parlare delle soluzioni B&B e Airbnb, che hanno il vantaggio di essere in città e spesso in pieno centro. Così come viviamo meno on the road per lavoro: tecnologia, sviluppo sostenibile e abitudini differenti hanno ridisegnato le trasferte. La pandemia da Covid-19 ci ha fatto scoprire che a distanza si possono fare eccellenti riunioni e concludere affari delicati.
Rimane l’amore. Ci sono meno amanti clandestini rispetto a trent’anni fa? Naturalmente no, ma come scrive lo psicoanalista Luigi Zoja nel suo bel libro Il declino del desiderio, assistiamo a una «fuga dall’intimità dei corpi». Se nel secolo scorso il desiderio era conchiuso nell’ansia di due corpi che si cercavano, oggi – secondo lo studioso – il desiderio si sfilaccia in mille possibilità, soprattutto virtuali. E così l’urgenza di incontrarsi di persona si riduce fino a scomparire tra scuse inventate all’ultimo e inviate per messaggio e pretesti fantasiosi. Addio motel, addio incontri sul filo del rischio, addio amanti di un giorno.